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Il vissuto di un corpo abusato. Intervista a Lara Pelagotti

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Partendo dal presupposto che nessuna esperienza umana ed emotiva possa essere universalizzata, insieme a Lara Pelagotti, psicoterapeuta specializzata in Psicologia dell’emergenza e Psicotraumatologia, abbiamo cercato di ripercorrere le fasi riguardanti l’elaborazione e l’accettazione di un abuso, tentando di ricostruire la storia del corpo abusato, della sua necessità di sentirsi di nuovo al sicuro e della possibilità di «vivere e avere una vita significativa nonostante quello che è successo», perché «la vita non è finita».

La reazione prima, quella che insorge al momento dell’abuso, in quanti e in quali modi può esprimersi? Quali sono i meccanismi mentali che provocano le diverse reazioni?

Innanzitutto dobbiamo considerare che, rispetto all’abuso, l’età rappresenta un differenziale. È anche l’età, infatti, che crea una differenza su quella che può essere la reazione possibile. Se si parla, ad esempio, di abuso su un minore è diverso non tanto l’abuso in sé, quanto la possibilità delle reazioni.

Ad un bambino possono essere precluse delle risposte, come quella di avere la forza di ribellarsi ad un adulto e questo è un elemento dirimente sulle reazioni, così come lo è la relazione con l’abusante: subire un abuso intrafamiliare è diverso perché oltre alla violenza subita c’è la rottura della reazione di fiducia con l’abusante. Si può percepire di avere più o meno forza di risposta. Nel caso di un abuso ripetuto, io potrei aver provato a mettere in atto delle reazioni di lotta e non esserci riuscita e quindi poi scivolare verso una risposta di congelamento.

Le reazioni possibili sono quattro: freeze (congelamento), fight (lotta), flight (fuga), fawn (“accondiscendenza”). Sono tutti meccanismi di sopravvivenza, reazioni conservative che servono a far sopravvivere il corpo fisico della persona abusata. A seconda dell’età, del tipo di relazione con l’abusante e, purtroppo, della frequenza dell’abuso stesso le reazioni messe in atto possono essere diverse. Non c’è ovviamente, mai, una risposta giusta e una risposta sbagliata o una risposta migliore e una risposta peggiore. Sono risposte di sopravvivenza istintuali, istintive, non sono pensate.

Quando il corpo della persona abusante si avvicina all’abusato, il corpo della persona abusata, ovviamente, entra in una reazione di sopravvivenza, “devo rimanere in vita”. Al netto di ciò, sono queste le possibili reazioni da mettere in atto: posso “assecondare” (non è un reale assecondamento) il mio abusante nella speranza di sopravvivere, posso lottare o posso andare in blocco, quindi congelarmi.

Durante l’abuso cosa sopravvive e cosa “muore” nella persona che lo subisce?

È difficile dirlo in generale, sicuramente il problema del trauma dell’abuso nasce anche dal fatto che noi siamo l’unica specie animale che fa del male o che si fa del male per il gusto di farlo, in natura se gli animali competono, competono per il cibo o per difesa. È psichicamente impensabile che un altro essere umano, come me, mi faccia del male. Già questo è un concetto complessissimo da risolvere, specialmente se l’abusante è un mio familiare, quindi una persona che mi dovrebbe proteggere.

Non amo dire che qualcosa muore perché voglio mantenere sempre un’ottica di speranza, credo nella recovery, nella guarigione, nell’elaborazione del trauma. Sicuramente è un corpo che va ricostruito, perché si perde la fiducia in sé e nel proprio corpo, perché subentrano la colpa e la vergogna, si perde la fiducia nell’intimità con l’altra persona e la fiducia nelle relazioni e non necessariamente sessuali. Si perde la fiducia negli altri umani e poi ci si sente in una costante condizione di pericolo. Quindi cosa perdo? Perdo tantissimo.

Cosa sopravvive? Direi il corpo fisico e non è detto che la persona lo senta in vita. Subentrano le reazioni post traumatiche, nelle quali, anche se la violenza è terminata, io mi sento sempre come fossi dentro l’abuso. Questo perché si crea una rottura del tempo nella persona che ha subito violenza. Spesso si dice che chi elabora un trauma diventa quasi un’altra persona, perché in un certo senso è come ricostruire un’identità, anche se non da zero. Si deve ricostruire tutta la persona.

Cosa avviene nell’immediatamente dopo?

Nell’immediatamente dopo – tenendo ovviamente conto delle soggettività personali – compaiono le reazioni peritraumatiche, quelle che seguono il trauma, e sono varie. Tra queste il senso di numbing, quindi di confusione e dissociazione, ad esempio, mi trovo in un ambiente ma non sono proprio lì, oppure provo difficoltà a sentire il corpo: sono nel mio corpo, ma non sento il corpo. Posso avere fenomeni di iperattivazione, sentendomi in uno stato di ansia costante, anche se non ci sono degli stimoli particolari che la scatenano, oppure posso riuscire a mantenere uno stato di equilibrio fino a quando non si presentano dei trigger, come rivedere la persona abusante oppure sentire un tono di voce, un profumo che scatenano tutta l’attivazione.

Fanno parte della sintomatologia anche i flashback che portano a rivivere le immagini dell’evento e a volte non sono immagini ma sensazioni, quindi odori, profumi, suoni. Tra l’altro il contenuto di immagini e sensazioni intrusive rappresenta anche la parte più complessa da rielaborare dal punto di vista della psicoterapia, perché molto invadente e invalidante. Poi ci sono i problemi relativi al disturbo del sonno, che rappresenta anche il lasciar andare il controllo, perché non viene certamente facile in un corpo così tanto attivato.

Il dopo di un corpo abusato è molto vario, può essere tutto questo insieme o soltanto uno o più elementi. Alcune persone, ad esempio, riescono ad andare in dissociazione talmente tanto da continuare a portare avanti le loro normali routine. E questo è ciò che dà adito al fenomeno massa “ma ha continuato a fare tutte le cose come se…”, ma il fatto che io continui a portare avanti la mia routine non vuol dire che dentro non sia spezzata.

È come se mi dividessi in due: c’è una parte che continua ad andare a scuola, a lavorare, e l’altra parte che invece è spezzata. È un fenomeno dissociativo, nel quale la parte che riguarda l’attivazione viene tenuta sotto il tappeto e di solito in queste persone riemerge quando ci sono dei trigger scatenanti e la reazione arriva violenta.

Si è parlato, anche recentemente, molto a sproposito riguardo ai comportamenti e alle azioni del “giorno dopo”. Quali sono i reali e possibili approcci al giorno dopo? Mi verrebbe da dire “chi è la persona che ha subito un abuso il giorno dopo”?

Questo avviene perché non c’è comprensione dei fenomeni dissociativi della mente: lo stato dissociativo serve anche a proteggere la persona e il suo corpo. Quindi, come dicevo prima, una parte agisce all’interno di una routine, mentre l’altra parte è ferma e congelata, pronta però ad uscire fuori appena un trigger la stimola.

Non si può dire che una persona stia bene dopo un abuso se il giorno dopo va a scuola o va a fare sport, può essere semplicemente in uno stato dissociativo. Gli stati dissociativi tra l’altro sono molto spaventosi, si possono fare delle cose come se si fosse un robot, un automa e non sentire il corpo. Quindi le faccio, ma è come se muovessi un involucro esterno.

Quando ero una studentessa parlavo di dissociazione, quindi della divisione del corpo da quello che è successo, ma non avevo idea di quanto fosse profonda fino a che, dodici anni fa, sono stata aggredita con un coltello all’interno di una comunità. Non è un abuso, ma pur sempre un evento traumatico: mi è stato puntato un coltello da cucina grande alla bocca dello stomaco. Lì, per la prima volta, ho realizzato cosa fosse la dissociazione perché non riuscivo a muovere la testa e non sentivo più il corpo dalla bocca dello stomaco in giù, non sentivo né le gambe né i piedi: ero in completo freezing e non potevo scappare perché il mio corpo si era spezzato in due, percepivo solo le sensazioni dalla testa alla bocca dello stomaco, l’altra parte del corpo era come se non ce l’avessi. Quando poi, cinque o sei anni dopo, ho fatto una formazione sul trauma, in cui dovevamo portare i nostri episodi per lavorarci, io ho portato questo accaduto per dire però che stavo bene, che non avevo avuto incubi o flashback. Durante la formazione però sono di nuovo andata in freezing e ho sentito esattamente la stessa sensazione fisica di dissociazione che avevo provato anni prima. Di nuovo non sentivo dalla pancia in giù, non ero in grado di muovere minimamente le gambe e i piedi e mi sono molto spaventata. Questo per dire che una persona può agire e può fare molte cose nel mondo, ma questo non vuol dire che stia bene.

Noi siamo esseri complessi, siamo in grado di portare avanti una routine e allo stesso tempo essere completamente spezzati dentro. Quando subiamo qualsiasi tipo di trauma, per cui anche un abuso, siamo soggetti a un’ondata eccessiva di corticosteroidi, che si verifica anche nelle reazioni peritraumatiche e che influenza la sede dell’ippocampo, la zona interna al cervello deputata alla memoria. Anche per via di queste reazioni fisiologiche le persone faticano a ricordare. Mentre conservano i ricordi impliciti, come gli odori e i colori, fanno fatica con i ricordi espliciti e questo genera ancora più ansia, immagini intrusive e ancora più dissociazione.

Come cambia la storia di un corpo che deve convivere con l’esperienza di un abuso?

Cambia moltissimo perché un abuso è proprio inscritto nel corpo. Incide sul rapporto con la fiducia, quindi il corpo diventa spesso un corpo di cui non mi fido. Questo succede prevalentemente negli abusi sessuali, un po’ meno negli abusi fisici come le percosse.

Rispetto all’abuso sessuale purtroppo spesso si ha la percezione di non aver fatto abbastanza per impedirlo. Da qui nasce il senso di colpa, che incide tantissimo su come sento il mio corpo e come lo percepisco: mi posso sentire sporca, sbagliata, fuori posto, chiaramente cambia il rapporto con il corpo. Posso arrivare a odiare il mio corpo, posso per esempio arrivare a farmi del male in tanti modi.

Però poi il corpo cambia anche nella relazione con gli altri, perché fidarsi di un altro umano ovviamente diventa difficile, perché giudico gli altri umani pericolosi. L’aspetto della colpa negli altri tipi di abusi, non sessuali, insorge un po’ meno. Questo credo sia proprio un aspetto culturale: siamo convinti che se non voglio un rapporto dico di no, ma non prendiamo in considerazione che durante la violenza quel “no” può essere inibito per le ragioni di cui parlavamo prima e questo non vuol dire che sia un consenso.

Quanto un abuso può diventare centrale nella storia e nel vissuto della persona abusata, come è possibile delimitarlo e fare spazio ad altro?

Ognuno riesce a rielaborarlo in modo diverso, ma diventa centrale. Sicuramente per fare spazio ad altro lo devo rielaborare: un abuso che non è rielaborato, che esce quando vuole, che è libero, che non mi fa prendere cura del mio corpo, che mi fa camminare in una strada spaventata, è un abuso che non mi permette di fare spazio ad altro. Lo diventa quando riesco a rielaborarlo.

Uno step della rielaborazione, non necessariamente psicoterapico, è già quello di capire che l’azione che ho messo in atto è un’azione di sopravvivenza e che non c’era un’opzione migliore che potevo adottare. Se il corpo ha deciso di lottare, di congelarsi o di “assecondare”, lo ha fatto perché ha valutato che in quel momento era il modo migliore per mantenerci in vita e questo fa parte di quella che si chiama psicoeducazione del trauma ed è una delle prime cose che le persone abusate devono far propria: non c’è colpa, non c’è responsabilità. Questo è proprio il primo step per cominciare a fare spazio ad altro, perché finché mi sento il responsabile, ci sarà spazio per poco altro.

La sensazione della violazione, dell’essere stati violati, è tra i punti più incisivi e difficili da gestire. Quanto influisce sulla percezione di sé e sull’autostima?

Tantissimo. La violenza non è solo fisica, è anche psichica e identitaria. Non mi fido più di me e delle reazioni che il corpo ha perché non le ho capite. Non mi fido più delle persone vicino a me.

Se ho una buona stima di me ho anche percezione che nel mondo sono efficace, che posso agire, che le cose che faccio hanno un effetto, ma dopo una violenza del genere, chiaramente anche la percezione di autoefficacia se ne va.

Parliamo sempre in senso generale, perché per fortuna ci sono anche delle persone che riescono a distinguere ciò che è successo dalla loro responsabilità, però la ferita è grande. In realtà la perdita della stima di sé non è nemmeno la cosa più grave, la prima cosa su cui si lavora in terapia o nei gruppi di autoaiuto è far percepire di nuovo la persona al sicuro. Una volta che la persona si sente di nuovo al sicuro fisicamente si può lavorare anche sulla percezione di sé e sull’autostima.

Quali sono le fasi che deve vivere e attraversare un corpo abusato, quanta forza si fa necessaria?

Sicuramente è necessaria tanta forza, così come, banalmente, anche tanta pazienza, perché è un percorso che si fa per step ed è costellato da up and down. Non è così lineare. Quindi sì, ci vuole molta forza, ma anche pazienza e accettazione del fatto che non sarà un percorso lineare.

Penso all’autocolpevolizzazione.

La tendenza al prendersi la colpa è un aspetto trasversale all’età: un bambino piccolo può darsi la colpa di aver provocato un genitore ad abusarlo, quanto può farlo una ragazza di 20, 30 anni o di più di aver istigato il suo abusante.

“Ho fatto qualcosa per fare avvicinare quella persona”, “non ho fatto abbastanza per difendermi” sono le prime cose su cui si lavora in psicoeduzione, dove solitamente si spiega anche come funziona il cervello.

Il cervello è diviso in tre parti: la parte più istintiva, che si è evoluta a livello filogenetico in tempi più antichi, si chiama cervello rettiliano (in comune coi rettili) ed è la parte del tronco encefalico. Ci garantisce la sopravvivenza perché media le nostre risposte, se vengo aggredita per la strada la mia risposta non sarà ragionata. Se sento dei passi in un vicolo buio di notte probabilmente comincerò a correre, se c’è la possibilità di mettere in atto una risposta di fuga. Il mio cervello rettiliano mi sta dicendo “sta succedendo qualcosa, potresti rischiare la vita, scappa!” oppure “girati e combatti!”, ma può anche dire “congelati, non puoi scappare, non puoi lottare!”.

Il cervello limbico, invece, è il cervello emotivo che condividiamo con i mammiferi. E infine la neocorteccia, la parte più esterna del cervello, propria soltanto degli esseri umani ed è quella che permette il ragionamento complesso.

Una persona che subisce un abuso non risponde di neocorteccia, ma risponde di cervello rettiliano, ecco perché spesso non comprende la risposta che ha dato in quel momento ed ecco perché a volte le persone non riescono a descrivere i dettagli di un abuso.

Si dice che negli abusi il ricordo è troppo o troppo poco: magari mi ricordo tantissimi dettagli sensoriali – perché il cervello rettiliano codifica i profumi, gli odori e tutto ciò che appartiene ai cinque sensi – ma posso non ricordare ad esempio la cronologia dell’aggressione o che ora fosse o il volto della persona che mi ha aggredita, le parole che mi ha detto. Le reazioni sono istintive, ma spesso vanno sotto coscienza e anche per questo non c’è colpa.

La fase di elaborazione?

La seconda fase è dedicata al far sentire di nuovo la persona in sicurezza. Per un corpo abusato traumatizzato è difficile vivere, è come vivere in un film horror, se per esempio cammino per strada e sento un suono, quel suono mi rimanda all’aggressione, magari inizia la tachicardia oppure mi congelo. È difficile vivere in questo modo, perché nel mondo esterno ci sono tantissimi trigger.

Per questo è necessario insegnare nuovamente al corpo a sentirsi in sicurezza e lo si fa insegnando tutta una serie di strategie che abbassano l’attivazione oppure, nel caso di persone in freezing, aiutano ad alzarla. Quando le persone ricominciano pian piano a sentirsi in sicurezza fisicamente, percepiscono che non moriranno, allora si può passare alla rielaborazione più verbale che avviene quindi come terza fase.

Su questo tutti gli approcci che lavorano sul trauma sono concordi. Si chiamano approcci bottom up, partono dal corpo andando verso la neocorteccia, verso la parte verbale. Far raccontare a una persona un trauma o un abuso più volte non serve all’elaborazione ma serve a traumatizzarla ancora di più. Non serve a niente se il corpo non si sente in sicurezza.

Anche per questo motivo non va bene che i giornali riportino i dettagli dell’abuso: sono dettagli che potenzialmente vengono letti sia dalla persona abusata che da altre persone abusate – non importa che non sia la loro storia specifica, è comunque la loro storia – e possono essere enormemente riattivanti se il corpo non si sente in sicurezza. Il dettaglio della violenza è una cosa pericolosissima.

Solo dopo aver messo il corpo in sicurezza, si possono iniziare a recuperare dei ricordi chiari e quindi si accede anche ad una rielaborazione verbale. Questo significa che posso parlare anche di ciò che ho provato a livello emotivo e di ciò che ho pensato in quel momento.

E poi la fase dell’accettazione.

È un punto un po’ scivoloso. Accettare in questo ambito non vuol dire accettare lo stupro, ma le emozioni che ho provato, cioè quello che mi ha attraversato, il vissuto. Si deve arrivare a cogliere quelle emozioni e a comprenderle come una normale difesa e andare poi a ricostruire quella che è la nuova me. Più che il fatto è il vissuto interno che va accettato.

Accettare questo vissuto emotivo complesso non vuol dire perdonare l’abusante, sono due cose diverse. Posso anche perdonarlo, ma non è conditio sine qua non. E soprattutto nella fase finale dell’elaborazione, devo di nuovo percepire di poter vivere e avere una vita significativa nonostante quello che mi è successo. La vita non è finita.

Come si arriva all’accettazione e come si trova la forza per riabbracciarsi?

È importante riconoscere che quello che mi è successo non ha portato via i miei valori, la persona che voglio essere o chi sono.

Esistono dei protocolli del trattamento dei traumi complessi che utilizzano, non in Italia ma all’estero, la MDMA, ovviamente sotto dosaggio medico, perché inibisce l’attività dell’amigdala, il nucleo interno al sistema limbico che si attiva in presenza di pericolo.

In una persona traumatizzata, l’amigdala è attiva costantemente e rende difficile fare rielaborazione e terapia. Con la MDMA si abbassa l’attività dell’amigdala e si permette alla persona di fare terapia.

Documentari molto belli ne parlano. Alcune donne abusate hanno raccontato molto bene questo tipo di percezione, spiegando che ad un certo punto hanno avuto la percezione di cosa fosse successo, di aver ricollegato tutto in modo chiaro e di aver capito che l’abuso non aveva niente a che fare con loro.

Il “niente a che fare con me” vuol dire “mi è successa questa cosa, ma io come persona non ho perso di valore e di importanza”. Gli Stati Uniti utilizzano questi protocolli con i veterani di guerra e con quelli che vengono definiti i traumi complessi, possono quindi essere utilizzati anche per le vittime di stupro e di violenza.

Può accadere anche che le persone siano poliabusate, può accadere, cioè, che una violenza in età adulta sia preceduta da una violenza in età infantile. Non sempre, ma le persone che hanno subito abusi e non ci hanno lavorato sopra possono avere delle difficoltà nel definire i confini corporei, possono trovarsi in una serie di situazioni pericolose senza averne però percezione. Se i confini corporei sono stati violati da piccolo e non ci ho mai lavorato su, si ha anche una diversa percezione di cosa sia giusto e cosa sbagliato, di cosa sia sicuro e cosa non lo sia. Posso espormi di più a situazioni pericolose senza averne consapevolezza. Questo ovviamente non vuol dire che è mia la colpa, ma che mi manca un pezzettino per leggere il pericolo nell’altro individuo.

Penso anche allo stato confusionale, alla perdita delle certezze, alla perdita della conoscenza di sé, al disorientamento, alla rabbia, alla paura e al bisogno di “fuggire” e di allontanarsi da qualcosa che provoca terrore e impotenza. Quando e come si smette di fuggire?

Queste emozioni possono essere avvertite anche tutte insieme. Sicuramente smetto di “fuggire” nel momento in cui recupero fiducia nel corpo. Quando non ho più paura che il mio corpo vada in mille pezzi e quindi imparo anche a gestire le reazioni fisiche. A quel punto la dissociazione pian piano si dissolve e magari non sono ancora in grado di parlarne, ma percepisco che il corpo è in sicurezza e allora non ho più bisogno di scappare.

 

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