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Unadelletante, storia di un’infertilità raccontata e normalizzata

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Loredana è venuta al mondo e così ha proseguito: infilata dentro ogni cosa che vive e mai sotto, perché non c’è sopraffazione nella consapevolezza, perché si smette di vedere quando si smette di respirare. In lei si percepisce la differenza essenziale che passa tra il comprendere e il contenere, è una donna che sceglie di prendere insieme i pezzi di vita, senza tenerli, né provare a trattenerli in qualche modo.

Quella di Loredana Vanini non è la storia di un corpo femminile infertile, ma la storia di una persona libera dallo stigma dell’infertilità. È la fotografa che ha firmato Unadelletante, un progetto fotografico diventato libro, dove ha raccolto e raccontato dei volti, incontrati in Italia e in Inghilterra. Cento volti di cento donne infertili. Tra queste cento una era lei, una delle tante.

Anche l’infertilità è una delle tante: una delle tante declinazioni in cui può esprimersi un corpo, rispetto alla quale non serve vergognarsi. L’infertilità va detta, raccontata, normalizzata, perdonata, compresa, svuotata della carica stigmatizzante che suscita vergogna. Non è qualcosa da custodire con pudore, da sussurrare all’orecchio di qualcuno, per paura di suscitare disapprovazione o compassione.

Il libro e l’apertura del suo canale Instagram, oneofmany, dove parla di Pma (Procreazione Medicalmente Assistita) e fecondazione eterologa, arrivano al termine di un cammino faticoso e intenso, durato sei anni e che l’ha portata oggi ad essere madre di due gemelli, Leone e Olivia, nati tramite ovodonazione. 

infertilità Loredana Vanini. Fotografia di Francesco Formica

«Parlare a tante persone mi fa sentire bene, se avessi ricevuto anche io tutte queste informazioni avrei fatto molte meno cazzate. Mi piace essere utile soprattutto a chi affronta il panico inziale e ha bisogno di qualcuno che parli la sua stessa lingua e non quella dei medici, che spesso ti distruggono perché non capisci un solo termine. Dico loro di calmarsi, “non farti prendere dal panico, si può fare tutto, ci arrivi. E se non vuoi più, non ci arrivi e non è una rinuncia, va tutto bene”»

“Mi sono sentita in colpa. Mi sono sentita in tanti modi: arida, egoista, poco materna, poco accogliente”

«Molte donne nemmeno sanno perché vogliono dei figli, si dà per scontato che avere un corpo femminile implichi il diventare madre, moglie. Conosco tante ragazze che durante questa corsa pazza per avere un figlio ad un certo punto si sono fermate e hanno detto: “ma forse io non lo voglio così tanto”. Eppure quando se lo sono chieste erano già in corsa.

La donna che non può avere figli diventa automaticamente la poverina oppure l’egoista che ha temporeggiato per troppo tempo, mentre la donna che lucidamente sceglie di non averne è vista ancora peggio. Non è socialmente accettato, che donna sei se non vuoi avere un figlio?

Nel primo anno, infatti, mi sono sentita in colpa. Mi sono sentita in tanti modi: arida, egoista, poco materna, poco accogliente. Ero molto più magra e sentivo quella mia fisicità non adeguata. Più di ogni altra cosa egoista per aver rimandato sempre questa idea dei figli, ma la verità è che io non avevo questo desiderio di maternità.

Quando ti medicalizzi il quotidiano non è più tanto semplice, se ci mettiamo sopra le vergogne, il tabu e i giudizi di chi non capisce diventa ancora più faticoso. Quindi ho deciso di dare un piccolo contributo nel mio modo, attraverso la fotografia: pensavo che se qualcuno di assolutamente fertile e qualcuno di infertile avesse visto le facce di altre persone avrebbe potuto entrarci in contatto in modo più immediato. L’infertile nell’immaginario è una donna brutta, arida, come diceva anche Margaret Mazzantini a proposito di Venuto al mondo. Io ho incontrato donne di diverse età, che hanno dai 20 ai 50 anni, e ho voluto riconciliare la loro infertilità con la loro bellezza. Volevo che uscissero fuori al meglio.

I pregiudizi scompaiono man mano che se ne parla, lasciando spazio ad un’accettazione diversa: smetti di sentirti la donna sfortunata che vive questa situazione nella solitudine e capisci che due coppie su sei sono infertili ed è una media che tende ad alzarsi anche per ragioni sociali. Oggi una donna si ritrova a volere o a poter avere un figlio magari a 33 anni, senza sapere che già a 30 la fertilità scende in maniera drastica. La Pma deve diventare più accessibile, più conosciuta. Esserne consapevoli è fondamentale, io non lo ero. Ho amato la mia vita, quello che facevo e come lo facevo, quindi rimandavo senza sapere che le storie di maternità in tarda età che leggevo sui giornali non erano di gravidanze “naturali”.

Personalmente all’inizio ne parlavo soltanto con le mie amiche e non ho ricevuto alcun commento negativo, nessuna frase fuori luogo. Quando poi ho voluto iniziare a parlarne più apertamente ho raccolto molte critiche e commenti negativi: “guarda che poi la natura ti punisce”, “si vive bene anche senza figli”, “c’è sempre l’adozione”»

“Nel processo di medicalizzazione le pazienti vengono chiamate con dei numeri”

«Ho vissuto malissimo la medicalizzazione, appena i medici mi dicevano qualcosa che andava male mi si spegnava il cervello, dimenticavo le cose che mi stavano dicendo, andavo nel pallone. Ero spaventata da tutto, terrorizzata dall’anestesia.

Nel processo di medicalizzazione le pazienti non vengono chiamate per nome, ma con dei numeri. Le persone che non vogliono che si sappia, non lo vogliono perché se ne vergognano e se ne vergognano perché non se ne parla. È un circolo vizioso.

Ma le cose stanno cambiando, ne sono sicura. Il mio stesso canale Instagram, aperto durante il primo lockdown, è stato utile perché ho iniziato a chiacchierarne, ho conosciuto moltissime persone, molti professionisti. E anche questa è una cosa importante, le distanze si sono accorciate anche nel rapporto paziente-professionista».

“Scopro di essere infertile”

«Scopro di essere infertile poco dopo essermi sposata, mio marito voleva subito un figlio. Avevo 34-35 anni e decido di fare delle analisi di controllo dalle quali emergono però dei valori ormonali completamente sballati, tra cui una riserva ovarica molto bassa. Avevo una premenopausa, quando sono andata a fare la visita mi è stato detto di dover fare immediatamente la fecondazione, perché c’era il rischio che dopo sei mesi sarei entrata nella menopausa.

Qui non ho scelto, mi sono ritrovata incastrata in questo ingranaggio in cui prendi il via ma non capisci più niente. Ho fatto cinque tentativi il primo anno, che sono veramente tanti. È una follia. Ti sottoponi ad uno stress economico, fisiologico e psicologico enorme. Mi sono fermata quando ho avuto un aborto, quello è stato un po’ tanto. Ero arrivata. Mi sono fermata per un anno e mezzo, durante il quale abbiamo cambiato casa, ho preso lo studio, insomma ho fatto tanto per riaffacciarmi alla vita normale, traendone tutti i benefici, staccando anche dal desiderio di avere un figlio».

“Come avrei fatto ad accogliere il figlio che potenzialmente era di un’altra”

«L’istinto materno era comunque forte e dopo un anno e mezzo quando vedevo una donna con la pancia mi veniva da piangere, ho deciso di fare altri quattro tentativi, tutti andati male, tra cui un aborto. Questo è stato il momento in cui ho pensato seriamente all’ovodonazione, ma era una cosa che non accettavo perché non ero informata, non sapevo niente sull’epigenetica, non ero informata sulla procedura. Avevo tanti pregiudizi, mi chiedevo chi fossero le donatrici, perché lo facessero, come avrei fatto ad accogliere il figlio che potenzialmente era di un’altra.

Lavorandoci ho capito intanto che quella è una cellula e non un figlio e che queste cellule le buttiamo a milioni in giro per il mondo con le nostre mestruazioni. Soprattutto ho capito che un figlio non è il tuo DNA, ma è quello che gli lasci durante la vita.

infertilità Loredana Vanini. Fotografia di Francesco Formica

Accettato tutto questo e superata questa fase – anche con un po’ di incoscienza perché non ero ancora del tutto convinta ma ero molto stanca – sono partita per Malanga e ho fatto questa doppia ovodonazione. Hanno attecchito entrambi gli ovociti.

Durante la gravidanza ero felice, ma non mi sono sentita diversa rispetto al mio corpo. Non ho particolarmente amato la gravidanza, del resto non avevo avuto tutto questo grande desiderio di maternità fino a qualche tempo prima. La pancia mi ha sempre fatto impressione, quando uscivo dalla vasca non la guardavo, la toccavo, parlavo con i miei bambini ma non sono una donna che ha amato particolarmente la gravidanza».

“Le diversità adesso mi divertono, prima mi terrorizzavano”

«Sono sincera, la stanchezza ha influito tanto. Ero disperata. Nove tentativi sono tantissimi soldi e tantissimo tempo. Erano passati sei anni, ho iniziato quando avevo 35 anni e ho finito a 41, sapevo che poi avrei avuto meno energie. Ho iniziato a chiedermi fin dove arrivasse il mio egoismo e perché fossi così attaccata al mio DNA. Provavo un grandissimo amore per il figlio di un’amica di mio marito e mi dicevo “se riesco a provare tutto questo amore per un perfetto estraneo, come posso non provarlo per qualcuno che avrà il DNA di mio marito e che crescerò io?”. Avevo paura di non riconoscerli e non sentirli miei, ma ho iniziato man mano a prendere meno sul serio la faccenda.

Nel frattempo ho conosciuto una ragazza che era ricorsa all’ovodonazione e che aveva appena partorito due gemelli, mi disse: “se adesso qualcuno mi assicurasse di poter avere due figli con i miei due ovociti gli direi di no perché non sarebbero loro”. Questa frase mi ha dato la misura dell’amore che provo oggi per i miei figli.

Tra l’altro, i miei figli quando sono nati è andato tutto bene, ma purtroppo Olivia si è ammalata a 2 mesi di meningite, siamo stati 14 mesi in terapia intensiva, Olivia sta molto male. Nonostante ciò, mi sono sempre ritrovata a pensare che non la cambierei con nessuno. Ho ampiamente superato il discorso del “non è totalmente figlio tuo”. Anche durante la gravidanza non l’ho mai pensato, avevo solo una sana curiosità: volevo sapere se avessero preso qualcosa anche da me per questa contaminazione che è l’epigenetica, ero curiosa di sapere come sarebbero stati, come tutte le altre donne in gravidanza.

Man mano che la pancia cresceva ero curiosa di vederli, non sapevo bene che cosa aspettarmi: Leone è tanto diverso da me, scherzando dico sempre che sembra un turco, è moro, ha gli occhioni neri. Olivia invece è più chiara, è più simile a me.

infertilità Loredana Vanini. Fotografia di Francesco Formica

Le diversità adesso mi divertono, prima mi terrorizzavano perché avevo paura che qualcuno si accorgesse che non mi somigliassero. Mi mortificava già solo pensarlo, adesso invece mi diverte proprio. Calco anche la mano perché voglio iniziare a parlarne apertamente anche con i bambini.

Per quanto riguarda le donatrici la privacy è assoluta, si può sapere solo il gruppo sanguigno e l’età, la mia donatrice aveva 27 anni e il mio stesso gruppo sanguigno. Sapevo solo questo di lei. Solo in Inghilterra consentono di vedere le foto delle donatrici fino ai cinque anni di età.

In alcuni Paesi, invece, consentono di farle conoscere ai tuoi figli se un giorno volessero. Ecco, se tornassi indietro farei una scelta di questo tipo. Dirò tutto ai miei bambini perché è una scelta etica spiegare loro come sono venuti al mondo e mi prendo anche il rischio che mio figlio un giorno possa dirmi “voglio conoscere questa donatrice”. Purtroppo io non lo potrò aiutare in questo, quindi se lo avessi fatto ora -con molte più conoscenze – avrei scelto una clinica in grado di garantirmi il diritto di far conoscere la donatrice a mio figlio qualora lui lo avesse voluto».