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La storia di Hagar: «il velo, per me, è uno strumento di libertà e di rivoluzione»

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Quella di Hagar è una storia di scelte, è la storia della costruzione di un’identità che non ha paura di mostrarsi al mondo. O meglio, di chi ha dovuto spostarsi un passo oltre la paura per ascoltare la propria voce nello spazio indistinto delle convinzioni altrui.

Hagar è una ragazza italiana di origine egiziana che ha iniziato a portare il velo all’età di dieci anni e ha scelto di indossarlo qualche anno più tardi. I dubbi che l’hanno attraversata sono scaturiti non soltanto dalla violenza verbale subita nel corso del tempo, ma anche dalla percezione di poter essere amata soltanto rinnegando una parte fondante della sua identità.

«Sai quanto rimorchieresti se ti togliessi quel velo?», «io sono il primo che ti verrebbe dietro, ma ti pare che vado in giro con una ragazza così?!». Da qui la tentazione di mettersi in discussione, poi la certezza che i limiti altrui non potevano definirla.

Fondamentale in questo processo di consapevolezza, l’arte: Hagar rappresenta se stessa sulla carta sin dall’adolescenza. Si è autoritratta con e senza il suo velo e così, guardandosi mentre si lasciava vivere, è riuscita a diventare se stessa.

L’inizio dell’autoritratto, tra i sedici e i diciassette anni, ha coinciso con un momento in cui avevo a che fare con tutti i dubbi della mia vita. Un momento in cui stavo cercando di fare pace con la mia immagine di ragazza mussulmana che indossa il velo

«Ho iniziato a fare autoritratti in maniera molto spontanea al liceo, non avevo modelli sui quali esercitarmi per disegnare. Dopo un po’ studiando Van Gogh, che realizzava autoritratti interessanti da studiare a livello psicologico e spirituale, ho capito che dovevo prendere più sul serio questa tecnica perché autoritrarsi significa specchiarsi: quando osservi la tua immagine riflessa ogni giorno percepisci qualcosa di te guardandoti. 

Durante la quarantena cercavo di mettere alla prova la mia creatività e mi rendevo conto che da un giorno all’altro gli autoritratti cambiavano totalmente: le linee, il modo in cui utilizzavo lo spazio sul foglio, i colori, la loro intensità. Ho iniziato a pensare al perché venissero fuori in modo così diverso e ogni volta che guardavo un autoritratto, stupita, pensavo: “davvero due o tre giorni fa mi sentivo in quel modo?” Il viola che avevo buttato giù era realmente legato a quella sensazione di inquietudine.

Per me l’autoritratto è una pratica spirituale, una pratica di conoscenza profonda di sé che ti permette di entrare in contatto con le sensazioni e gli stati d’animo. Non è facile, perché all’inizio nessuno si rende conto di questo processo. All’inizio emerge in maniera prepotente la parte emotiva e sensoriale, però quando arriva il pensiero ci si rende conto di quanto è potente il disegno, il colore. Ogni artista si esprime in modo diverso, ma nel mio caso l’autoritratto è stato veramente importante per la mia crescita, per capire chi sono. Ovviamente ritrarmi ha molto a che fare con la rappresentazione del mio viso e del mio corpo come io lo intendo, come io mi vedo, però la vivo più come una cosa interna.

L’inizio dell’autoritratto, tra i sedici e i diciassette anni, ha coinciso con un momento di crescita in cui avevo a che fare con tutti i dubbi della mia vita, un momento in cui stavo cercando di fare pace con la mia immagine di ragazza mussulmana che indossa il velo. L’idea di coprirmi mi infastidiva all’inizio. Non è che mi sia stato imposto, è stata una mia scelta ma in quella fase della mia vita ho avuto voglia di tornare indietro perché mi trovavo continuamente davanti altri prototipi di donne e di ragazze. Tutte mi dicevano: “sei molto più bella se metti questo vestito un po’ scollato, se ti trucchi o ti fai i capelli in questo modo”, ma allo stesso tempo volevo rimanere legata alla mia decisione. Una scelta che mi ha aiutata a crescere e a costruire la mia persona, perché non sarei mai diventata chi sono oggi se non avessi indossato il velo.

velo Gli autoritratti di Hagar

Disegnarmi sempre con l’hijab, vedere la mia immagine impressa sulla carta, guardare le mie foto mi ha aiutata. Poi ovviamente c’è stata molta riflessione e ho capito che se avessi rinunciato al velo  mi sarei distaccata da qualcosa che mi aveva costruito, cresciuto, fornito una personalità forte. Prima di adottare l’autoritratto come pratica di riflessione, mi capitava di disegnare la mia faccia con i capelli e mi rendevo conto che non era così che volevo rappresentarmi, era come se mi stessi prendendo in giro. Era come guardarmi allo specchio ma non quello della realtà fisica, lo specchio della realtà interiore che per me vale di più perché rappresenta ciò che provo, ciò che conta e che piano piano si riversa sull’esterno.

La maggior parte delle volte, guardandomi, ho sentito di riconoscermi. Talvolta non capivo per quale ragione nella realtà, nelle cose di tutti i giorni, non avevo percepito quella sensazione che emergeva non appena mi sedevo e buttavo colori e linee sul foglio. Pensavo: “veramente mi sento così? Questo è quello che è uscito fuori da me?”. Non è un non riconoscersi, è essere un po’ stupita davanti alle tue sensazioni. Perché le vedi, vedi le loro forme.

A partire dall’autoritratto mi è venuta voglia di uscire dal mio mondo e andare a conoscere le altre persone, ricreando il loro universo attraverso il ricamo: da qui è nato il progetto “Pensieri Liberi”. Dopo la quarantena ho iniziato ad andare in giro per raccogliere pensieri anonimi sulla paura, perché avvertivo che le persone avevano una forte esigenza di esprimersi. Ho ricamato questi pensieri nella stoffa provando a dar vita a un legame eterno. Ricamando i pensieri delle persone è come se volessi legarle a me, legarmi a loro per creare una sorta di filo che lega tutti i pensieri. Questo è il mio modo di ritrarre gli altri.

Ora sto riflettendo su un nuovo tema e mi piacerebbe parlare d’amore. Ho sentito che quest’atmosfera di tensione si stava un po’ sciogliendo, ma forse alcune persone sono rimaste intrappolate nella loro bolla di paura. L’amore, quello che ti fa amare te stesso e la vita, è l’unico sentimento che può aiutare le persone a superare i propri limiti. L’amore è legato indissolubilmente al coraggio».

«Sai quanto rimorchieresti se ti togliessi quel velo?»
Tra le parole degli altri rispetto a come mi vedevano, non riuscivo a capire come mi vedevo io

«Ho messo il velo a dieci anni perché vedevo mia mamma e mi piaceva tanto come le stava indosso, poi anche mia sorella più grande di me di sei anni. Per me era una cosa normale pensare che prima o poi lo avrei indossato anche io, sebbene allora non immaginassi quanto avrebbe cambiato la mia persona.

Sono andata incontro a episodi di razzismo. Per fortuna non ho subito aggressioni fisiche, ma a livello verbale c’è stata molta violenza. Già alle elementari venivo presa in giro per i miei capelli e perché ero la più scura della classe. Alle medie portavo il velo, sapevo di voler essere considerata diversa, ma non avevo capito il significato profondo della mia scelta. La vera svolta, insieme ai dubbi e alla riflessione, è arrivata alle superiori.

velo Hagar

Vedevo che nessun ragazzo si avvicinava a me e questo inizialmente mi faceva soffrire, quindi ho iniziato a mettere in discussione il mio velo. Pensavo: “se mi scopro piacerò di più ai ragazzi”, ma allo stesso tempo questo pensiero mi dava fastidio perché non volevo essere apprezzata per il mio bel corpo. Sono stati anni di profonda confusione, era come se ci fosse una bilancia che pesava prima da una parte e poi dall’altra, continuamente. Al liceo artistico ero l’unica ragazza a indossare l’hijab. I ragazzi mi dicevano sempre: “sai quanto rimorchieresti se ti togliessi quel velo?”, “io sono il primo che ti verrebbe dietro, ma ti pare che vado in giro con una ragazza così?!”. Queste cose mi distruggevano perché era la mia identità ad essere messa in dubbio.

Ero convinta che questa fosse una mia particolarità e me la volevo tenere. In mezzo a quella bufera, tra le parole degli altri rispetto al modo in cui mi vedevano, non riuscivo a capire come mi vedevo io. Principalmente quando andavo in giro mi sentivo guardata in senso negativo: “è bella ma poverina, è coperta”. In alcuni periodi mi sentivo brutta anche se avevo tutti i privilegi estetici e c’era sempre lo stesso problema: ero coperta».

Il mio corpo è diventato un posto in cui vivo, un posto in cui risiede la casa per la mia persona, per la mia anima, per la mia mente e i miei pensieri

«Durante gli ultimi due anni del liceo ho fatto pace con me. È lì che ho iniziato a percepirmi, a capire cosa significa, per me, il velo. Ci sono sicuramente dei motivi religiosi, a livello identificativo: io mi identifico come mussulmana e quando cammino per strada questa parte della mia identità è manifesta. Ma non c’è solo questo. A un certo punto ho iniziato ad ascoltare studiosi e studiose mussulmane spiegare il significato del velo perché spesso, anche all’interno della nostra comunità, viene detto semplicemente che bisogna coprirsi perché i mussulmani si coprono.

La prima cosa da capire è che è un comportamento. Un modo di essere, di esprimersi, di parlare, di relazionarsi con le persone. L’essere umano è fallibile per definizione ma indossare il velo rimanda ai concetti di onestà, sincerità, lealtà. Quando prendi coscienza del significato del coprirsi, dell’hijab, è tutto un rielaborare il tuo comportamento mantenendo la tua personalità e i tuoi modi di fare, lavorando costantemente per migliorarti.

velo Gli autoritratti di Hagar

Di nuovo, però, c’è di più. Possiamo tutti essere delle brave persone senza coprirci, no? Io ho sentito che a me serve coprirmi perché questo gesto è collegato alle mie tentazioni, alla tentazione di mostrare il mio corpo. Nella società in cui viviamo la spinta a mostrarlo è molto forte e le donne, in particolar modo, vivono questa pressione: più ti mostri più arrivano complimenti ed è come se quel complimento innalzasse la tua autostima.

A volte non avevo voglia di coprirmi, ma mi aiutava a connettermi con i miei valori. Possibile che la mia autostima non deriva dai miei obiettivi, dalla mia voglia di lavorare su me stessa?, Perché dovrebbe dipendere da come appaio agli occhi degli altri? Il mio corpo è diventato un posto in cui vivo, un posto in cui risiede la casa per la mia persona, per la mia anima, per la mia mente e i miei pensieri. Ovviamente esiste anche la parte fisica, ad esempio io mi alleno molto. Mi piace curarmi, vedere i miei muscoli che mi danno segni di vita. Attualmente, però, è come se la cura del corpo fosse connessa al mostrarlo, è come se ci fosse una perenne competizione tra corpi per strada. Io non voglio sottostare a questo sistema. Per me il velo è stato una salvezza proprio per il modo in cui si sono trasformati i miei pensieri.

Molte persone fanno confusione e credono che io metta il velo perché non voglio essere guardata, ma non è questo. Anche perché per strada subisco gli sguardi maschili, a volte molestie verbali. Il fatto è che non sono solo il mio corpo, percepisco che le persone mi guardano negli occhi. Voglio essere vista come persona, come un essere vivente che pensa, che percepisce, che sente. Confrontandomi con alcune mie amiche, anche non mussulmane, mi rendo conto che cercano un modo per divincolarsi dal sistema della competizione fisica. Noi non siamo i nostri corpi.

Il velo è diventato un modo per combattere tutte quelle persone che mi volevano in un certo modo, è uno strumento di libertà e di rivoluzione. Non ci sto ad essere come volete che io appaia. Utilizzo quello che non vi piace, anche a livello politico, e mi creo tutte le opportunità possibili indossandolo».