stereotipo del progresso

Lo stereotipo del progresso. La guerra tra vinti

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«Lo stereotipo del progresso, possente promotore di attività, soffoca quasi totalmente il tentativo di decidere in quale attività lanciarsi e per quale motivo in quella e non un’altra attività», Walter Lippmann

Lo stereotipo del progresso, dunque la sua idealizzazione, ha contribuito alla costruzione di quella che oggi è la giostra dei giri a vuoto, dei tentativi falliti e della meccanica dell’illusione: infinite ipotetiche possibilità che conducono all’inesistenza tangibile di ognuna di esse. L’individuazione e la difesa di una scelta o di un’attività diventano processi estremamente complicati e non facilmente sostenibili.

La chimera del progresso è la causa di un duplice effetto: da un lato la smaterializzazione delle possibilità realizzabili, perché frammentate in infinite variabili ed eccezioni, dall’altro l’impoverimento della sfera intima e la dispersione della coscienza collettiva. Il progresso è dunque uno stereotipo svuotato della componente umana e di qualsiasi significato contingente.

“La gente deve soffrire, rischiare, provare, correre, giocarsela. Bisogna sudare”, è stato detto proprio in questi ultimi giorni da chi ha fatto della pochezza intellettuale un mestiere di vita, affatto nascosto o camuffato.

Un’affermazione che traduce in parole la frattura insanabile tra le lobby e le faccende della vita, tra cui l’urgenza di aprire un varco nel tessuto sociale dove permettere l’incontro tra le persone e le attività che le legittimano come tali; la volontà di uscire dall’esperienza della sopravvivenza e cominciare a vivere di attività degne di essere definite in questo modo.

Quella di Matteo Renzi, presa in sé, è una frase priva di rilevanza politica, eppure se inserita nel registro linguistico e comunicativo del capitalismo appare come l’ennesima vessazione canzonatoria e sciatta. Il risultato finale, che allo stesso tempo è pure causa del medesimo processo, viene riassunto da Walter Lippmann nella definizione essenziale dell’idea del progresso propria della società industrializzata e burocratizzata: «lo stereotipo del progresso, possente promotore di attività, soffoca quasi totalmente il tentativo di decidere in quale attività lanciarsi e per quale motivo in quella e non un’altra attività».

Lippmann, giornalista politico ed esponente di spicco del progressismo, redisse per Wilson la bozza dei Quattordici punti e quattro anni più tardi pubblicò il saggio L’opinione pubblica dal quale è estrapolata la citazione. L’intervista al premier sovietico Khrushchev, nel 1961, gli costò l’anno successivo la vittoria del Premio Pulitzer per il giornalismo internazionale. Prima socialista e poi sostenitore di un orientamento più liberale, scopre le falle in cui cadrà l’informazione democratica nella veste industrializzata della società moderna e in quale modo danneggerà la capacità di autodeterminazione delle persone. Di fronte a lui la neolibertà dell’industrializzazione nel primo dopoguerra, rispetto alla quale, da convinto progressista, dice: «la battaglia per noi non è contro i vecchi pregiudizi, ma contro il caos della nuova libertà».

Passato un secolo esatto possiamo tirare le somme e consapevolmente realizzare gli effetti provocati da questo “caos della nuova libertà”. Dalla contaminazione di stereotipi e caos cosa ne è stato della libertà, della facoltà di scegliere e dirsi individui in una collettività? Negli ultimi cento anni il dispiegamento delle dinamiche di potere discriminatorie e marginalizzanti hanno contribuito ad incrementare il caos e con esso una considerazione del progresso svuotata di contenuti identitari aderenti alla realtà. Ma c’è anche un riscontro positivo: questa esasperazione ha segnato il giro di boa, quindi il ripensamento e la volontà di creare una divulgazione e un racconto dello stare al mondo decisamente in controtendenza alla sterilizzazione e alla tossicità del progresso idealizzato. 

La classe politica e lo stereotipo del progresso

Il progressismo conosce il suo necrologio nella Prima guerra Mondiale: crolla la fiducia nella razionalità dei comportamenti umani e subentra quello che Lippmann percepisce fin dall’inizio come un pericolo per la libertà e la democraticità del pensiero: l’inattingibilità delle fonti delle notizie. Nella società industrializzata il singolo individuo è impossibilitato ad accedere alle fonti delle informazioni: l’opinione pubblica è gestita sulla base delle volontà delle élite economiche e politiche, concentra in sé non il fatto, ma l’immagine mentale di quel fatto. La narrazione bipolare e superficiale dell’ultimo anno e mezzo di pandemia globale ce lo ha dimostrato.

stereotipo del progresso Fotografia di Francesco Formica

L’opinione pubblica e la concezione stessa del progresso iniziano ad essere schiacciate dall’avanzata costante e decisa della Grande Società, la società capitalista industrializzata: lo “pseudo-ambiente” va progressivamente a sostituire e a scalzare l’“ambiente reale”. Le persone decidono e agiscono in base alle immagini promulgate dai media, viene meno l’interazione diretta, il sentire diretto, la partecipazione viva e la comprensione autentica delle circostanze e delle persone. La sospensione del confronto consapevole ha man mano condotto alla sospensione della coscienza critica individuale e collettiva, i “four minutes men” a cui accennava Lippmann ne erano un esempio acclarato, dimostravano l’estraneazione esistenziale dalla logica sterile del progresso.

Lo stereotipo è ambiguo: orienta la comprensione ma oscura la conoscenza. La sua ambivalenza è dettata e resa inevitabile dalla complessità delle grandi società: il «punto cieco occulta qualche fatto che, se fosse tenuto presente, frenerebbe il movimento fondamentale che lo stereotipo provoca. Se colui che crede nel progresso dovesse chiedersi […] che cosa vuol fare del tempo che ha risparmiato superando il record, se il paladino del laissez-faire dovesse contemplare non le libere ed esuberanti energie degli uomini, ma ciò che taluni chiamano la natura umana, se il collettivista mettesse al centro della sua attenzione il problema del come garantirsi i suoi funzionari, se l’imperialista osasse dubitare della propria ispirazione, vedremo più Amleti e meno Enrichi Quinti. Infatti questi punti ciechi tengono lontane quelle immagini distraenti che, con le relative emozioni, potrebbero provocare esitazione e far vacillare la risoluzione», rifletteva Lippmann.

Le masse, la guerra tra vinti, lo stereotipo del progresso

Gli effetti che la stereotipizzazione del progresso ha ricreato all’interno delle masse condividono una radice comune da cui traggono il loro nutrimento: il condizionamento totalizzante, da cui deriva non soltanto l’illusione della libera iniziativa, ma anche la mancata comprensione delle azioni, la mancata coscienza dell’attività scelta, la perdita del senso dell’attività.

Questioni centrali come l’immobilismo della scala sociale, la disoccupazione giovanile (nel primo trimestre 2021 salita al 10,4%, il numero di occupati è calato di 243mila unità rispetto al trimestre precedente e di 889mila unità rispetto allo stesso periodo del 2020) e lo stato di incertezza generalizzata rispetto al futuro rimangono tuttora ancora troppo nella penombra dell’ideale di un progresso che è causa stessa di questi problemi.

stereotipo del progresso Fotografia di Francesco Formica

 
La conseguenza principale e ormai chiaramente visibile è la guerra tra vinti. La guerra tra persone incapaci di solidarietà e di empatia. La guerra di chi ha perso senza aver mai capito che fosse necessario combattere. La guerra dei vinti, privi di reciprocità negli occhi. È il progresso spogliato di autenticità che porta all’accanimento nei confronti di uno stereotipo inafferrabile.

L’ideologia del progresso diventa totalizzante nel momento in cui non soltanto detta i criteri del successo, ma stabilisce anche quali debbano essere le ambizioni degne di riconoscimento e da annoverare come standard validi.

Dagli albori dell’industrializzazione su cui rifletteva Lippmann al degrado trasversale della reciprocità dei rapporti della società capitalista del ventunesimo secolo, la costante è la concorrenza spietata, che ha frammentato e disintegrato il tessuto sociale, denigrando e marginalizzando le differenze.