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«La nazione che distrugge il suolo distrugge se stessa». Cresce più il cemento della popolazione

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«La nazione che distrugge il suolo distrugge se stessa»

«La nazione che distrugge il suolo distrugge se stessa», diceva Roosvelt negli anni trenta, eppure dopo novant’anni in Italia fingiamo che determinati problemi non esistano. Nel nostro paese, infatti, dobbiamo ancora affrontare criticità relative al nostro suolo che evidentemente non preoccupano né la popolazione né tantomeno le varie classi politiche, ricordando gli approcci che caratterizzano le soluzioni globali al cambiamento climatico, ovvero quasi del tutto inesistenti.

L’acqua non è infinita

Tra le conseguenze più facilmente tangibili del cambiamento climatico c’è senza dubbio la desertificazione, causata in primis dalla sempre più ridotta quantità di precipitazioni, che rendono il suolo arido e dunque infertile, oltre a fornire più semplicemente meno acqua da consumare. Bisognerebbe quindi avere una più alta considerazione delle piogge, sempre più rare, ma nel nostro paese manca tale consapevolezza. L’Italia, infatti, è al primo posto in Europa per lo spreco di acqua, che avviene a causa delle infrastrutture vecchie e danneggiate, tramite le quali gran parte della rete idrica nazionale immette acqua nel terreno, disperdendola. In Italia la dispersione idrica ammonta a circa il 40% del prelievo totale, a differenza della media europea che si attesta sul 15%, presentando inoltre dati diversificati in base alle zone del paese: il sud infatti mostra un quadro ben più preoccupante, basti pensare che a Cosenza si arriva alla bellezza del 70%. I numeri più alti, infine, si rilevano nei casi in cui il percorso tra il bacino di prelievo e la destinazione di consegna è più lunga. I problemi più grandi sono costituiti dalle difficoltà economiche e gestionali: i fondi delle aziende di distribuzione derivano solo per il 20% dai contributi pubblici e la manutenzione riduce al minimo i ricavi, inoltre frammentazione dei poteri fa sì che in molti casi si preferisce aumentare la pressione nelle tubature piuttosto che ripararle (evitando così di chiudere le strade e spendere, per esempio). Un altro problema che caratterizza la gestione idrica del nostro paese riguarda il riciclo delle acque reflue, una risorsa che adeguatamente trattata e lavorata potrebbe dimostrarsi di grandissimo valore nella lotta allo spreco idrico. Non a caso il nostro paese è stato addirittura multato dall’Unione Europea per il mancato adeguamento di fogne e depuratori.

cemento Fotografia di Francesco Formica

È a questo punto necessario intervenire a livello strutturale per risolvere i problemi di una rete idrica che ha almeno cinquant’anni e che mostra tutte le sue criticità, mentre ogni singolo consumatore dovrebbe rivedere le proprie abitudini, eliminando qualsiasi spreco, ma soprattutto cominciando finalmente a vedere l’acqua non più come una risorsa infinita, altrimenti dovremmo farci i conti prima di quanto pensiamo.

Il cemento e l’amianto soffocano noi e il terreno

Nel nostro paese cresce più il cemento della popolazione. Può sembrare paradossale, probabilmente lo è, tuttavia è un dato che fa riflettere abbastanza sulla concezione che si ha in Italia della cementificazione selvaggia, un fenomeno che distrugge letteralmente il suolo su cui viviamo, rendendolo infertile e destinandolo quindi alla morte, ma soprattutto privandolo di tutte quelle funzioni necessarie al proseguimento della vita umana su di esso. Il rapporto ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) evidenzia come nel 2019 ci siano state 420mila nascite ed un calo di 120mila abitanti, ma allo stesso tempo siano stati consegnati alla cementificazione ben 57 milioni di metri quadrati di territorio, al ritmo di 2 metri quadrati al secondo. Nonostante un rallentamento degli ultimi anni, specialmente i più vicini rispetto alla crisi economica del 2008, assistiamo ad una ripresa dell’economia edilizia nello stivale, a causa della quale il ritmo è risalito attorno ai 50km quadrati all’anno. Questo porta con sé anche un danno al settore agricolo, con una perdita tra il 2012 ed il 2019 di 3.700.000 prodotti, stimata intorno ai 7 miliardi di euro. Finché il processo di cementificazione selvaggia andrà avanti sarà praticamente impossibile salvaguardare il territorio dal fenomeno di desertificazione. Oltre ad una regolamentazione che fermi il fenomeno, manca poi una visione meno miope che sappia riutilizzare gli edifici già costruiti. Un altro grande problema del nostro paese riguarda infatti la grande quantità di edifici abbandonati, quasi sette milioni in Italia. Tale fenomeno porta con sé due implicazioni che riguardano tanto l’impatto ambientale quanto quello sociale. Per quest’ultimo, infatti, bisogna considerare che l’aumento degli edifici abbandonati va di pari passo con il degrado sociale e territoriale, causando anche il mancato ingresso di finanze nelle casse delle amministrazioni locali che non hanno i mezzi per intervenire adeguatamente in merito. Bisogna poi tenere in considerazione la pericolosità per la salute di chi abita in prossimità di questi immobili, poiché costretti ad inalare le polveri tossiche dei materiali in disfacimento, oppure dei detriti abbandonati dopo le demolizioni, che si attestano al 90%, fornendo una vera e propria bomba ambientale.

cemento Fotografia di Francesco Formica

Come se non bastasse, infine, dobbiamo fare i conti con l’amianto, che nel nostro paese riguarda la bellezza di 370.000 edifici, non tutti dismessi peraltro, poiché molti di questi sono scuole, ospedali e svariati chilometri di tubature, nonostante l’Unione Europea l’abbia bandito da più di trent’anni, dimostrando per l’ennesima volta la mancata reattività da parte dell’Italia rispetto alle tematiche ambientali. Questo è stato riconosciuto come un pericolo per la salute già dagli anni cinquanta con i primi studi epidemiologici, a causa delle sue fibre che penetrano nei polmoni provocando irritazione e cancro, che riguardano per lo più chi ha lavorato a diretto contatto con questo materiale ed i suoi famigliari. Ad oggi chi opera con l’amianto è soltanto chi si occupa delle bonifiche, ma anche lo smaltimento non vive una situazione facile nel nostro paese. Abbiamo infatti a disposizione soltanto 22 celle ad hoc, troppo poche, ma allo stesso tempo anche i paesi verso cui lo esportavamo stanno iniziando a non voler più accettare i nostri rifiuti tossici.

Fino ad ora, oltre il divieto totale per l’utilizzo di amianto nell’edilizia, il nostro paese ha istituito una Commissione di lavoro per riformare la normativa in materia di amianto, introdotto pene più severe per chi utilizza questa risorsa illegalmente ed un assegno degli invalidi civili inabili al lavoro di soli €285,66. La strada da percorrere per risolvere questo problema è ancora lunga.