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Periferie. Di scorci, vuoti al petto e asfalto liquido

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La periferia per definizione è lo “strato superficiale di un corpo rispetto al suo centro”, deriva dal greco periphéreia, ovvero circonferenza.

La circonferenza serve per ovattare il centro, proteggerlo e filtrare per lui l’indesiderato, tutto ciò che non ha possibilità di essere integrato con le aspettative e le fisionomie del centro. Appannaggio di un brulicare umano, stanco, vivo, in fermento.

Nell’ultimo secolo, o giù di lì, sulle periferie è stato detto e scritto molto, spesso scadendo nella retorica per enfatizzarne ripetitivamente i medesimi aspetti come il degrado, la criminalità, il dissesto economico. Tralasciando quindi sia le particolarità di ciò che viene e veniva raccontato, sia tutto il resto. Quel resto abitato da una varietà di persone che esistono al di là del degrado o della criminalità. Delle periferie è stata consumata buona parte delle storie, sono state interrotte perché da decenni vengono strumentalizzate nelle campagne elettorali di turno.

Periferie. Di scorci, vuoti al petto e asfalto liquido

Parlare in qualsiasi modo di periferia e credere di essere originali è pura utopia, A piedi scarzi di Emanuela Fanelli è stato piuttosto esaustivo su questo punto e come dargli torto. Ciò che, però, nella realtà dei fatti è stato fonte di profondi cambiamenti, ma non nella narrazione che ne è stata fatta, è il passaggio dal singolare al plurale. In altre parole, non ha più senso parlare di periferia come un agglomerato indistinto di costruzioni edili ed esistenze ai limiti della socialità, strette tutte sotto lo stesso ombrello da cui sembrerebbe sgocciolare nient’altro che disagio. È sicuramente più fedele alla realtà pensare e raccontare le periferie come pluralità, senza scivolare in generalizzazioni prive di qualsiasi riscontro concreto.

periferie Fotografia di Francesco Formica

Se da un lato alcune zone periferiche hanno preservato la loro funzione ghettizzante, dall’altro lato dire periferia ormai significa anche dire zona residenziale. L’evoluzione delle periferie infatti ha seguito specifici iter prendendo le sembianze della città o del paese di riferimento, tanto che non è inusuale assimilarle a zone di campagna o a quartieri residenziali, costruiti proprio con l’idea dell’allontanamento dal caos del centro. Questo per dire che l’associazione, quasi spontanea, di periferie e degrado non solo è sommaria, ma anche scorretta.

In Italia, però, in alcune regioni più di altre, nonostante attività, iniziative sociali dal respiro inclusivo e programmi politici pensati per riscattarne la sorte, le periferie hanno mantenuto inalterato il loro duplice ruolo: contenitore di inadeguatezza e filtro di impurità.

Fin dalle costruzioni iniziali, le periferie sono state organizzate in maniera tale che la loro funzione e il loro senso derivassero proprio dalla lontananza dal centro. La periferia nasce come sobborgo, come luogo di raccolta di gente non abbiente e operai. Serviva che fossero operativi, che fossero sempre sulla soglia della fabbrica per entrare in fretta senza distrazioni e che uscissero stanchi per non pensare ad altro che non fosse un locale per dopolavoristi o per tornare in un appartamento totalmente spoglio di tutto tranne dell’essenziale alla sopravvivenza, dello stretto necessario.

Ciò di cui si è tenuto troppo poco conto, però, almeno nella narrazione ufficiale e stantia delle periferie, è che i filtri trattengono tutto ciò che hanno il compito di non far trapelare all’esterno. Culturalmente e socialmente parlando questo significa molto e non penso soltanto alle correnti artistiche underground, ma anche all’attivismo e alle iniziative civiche che nelle periferie, più che altrove, formano rete e opportunità cucite addosso alle singole persone del quartiere o della borgata. Di queste associazioni, progetti, laboratori e iniziative sociali avremo modo di parlare direttamente da vicino nel corso del mese.  

periferie Fotografia di Francesco Formica

Le zone esterne – le circonferenze – solitamente sono ruvide, scolorite e dissestate perché sono esposte in prima battuta alle intemperie: possono resistere o sfaldarsi, ma con loro anche gli strati più interni. E questa è una verità riesumabile tanto dalle mura dei tanto noti palazzoni quanto dalla pelle delle persone. Le superfici esterne più esposte alle contaminazioni ne assorbono prima l’autenticità. L’effetto è un urto netto, dritto, un’espressione fissa su tante facce diverse. Che non ha niente a che fare con la retorica dell’omologazione, ma con l’appartenenza e il senso dello stare che ogni luogo incide sui talloni di chi quotidianamente lo calpesta.

È una bugia, una riduzione ai minimi termini errata e scontata, quella che identifica l’impurità alla corruzione e alla bassezza morale. L’impurità è il valore aggiunto delle cose che ci succedono, guai a vivere nel candore, nella brillantezza di uno specchio perché sarebbe mera idealizzazione.

Smettiamola di curiosare nella periferia e proviamo a conoscere le persone che vivono un’esistenza in un luogo senza centro, in una casa che è spesso ridotta a ripostiglio, con idee in potenza nella loro forma grezza sotto il braccio.

A ben guardare alcuni scorci rinchiusi nelle strade e nelle vie – sì, magari incastrati tra un cantiere edilizio fermo da mesi, il fumo di un autobus decrepito e il passo stanco di qualcuno che cammina ciondolando – spiegano le cose e le persone. Crude nella complessità della vita.