morte

Spalle in allerta, piedi incrociati, bocca asciutta. La morte non ha bisogno di momenti speciali per essere detta

Con le gambe accavallate e i piedi incrociati, a denti serrati e bocca asciutta, con i muscoli morsicati dalla paura e il culo gelato buttato su una panca fredda di ferro e fradicia della disperazione di chi le si era poggiato sopra poco tempo prima, così, ho aspettato mi venisse annunciata la morte e l’ho ridetta. L’ho pronunciata nel caldo di un pensiero non ancora depositato, nel buio pesto dove ogni incontro o passaggio umano è ladro indisturbato di vita che di lì a poco sarà persa negli angoli più impolverati e remoti della memoria. Le mani blu raccontano un sistema circolatorio affaticato, adattato all’attesa, alla lentezza fin troppo scandita e leggibile con cui la vita, nel suo ultimo singhiozzare tentennante, si mostra mentre tende le dita alla morte per darle il cambio e farsi leggera.

morte Fotografia di Giulia Perrone

“Non ce l’ha fatta, è morto”. Lo dicono, e va bene così perché si può accettare solo ciò che riusciamo a comprendere. Un dolore incontenibile per non odiare chi pronuncia quelle parole, incredibile per essere semplicemente realtà. Il dolore non ha pudore, decoro, né pazienza di aspettare l’accettazione. È e basta. Che venga assimilato o meno, compreso o no, definisce i termini dell’esistenza e non chiede permessi per farlo. È nell’ipocrisia del nostro stare al mondo che diventa compresso e sommesso, strangolato nei ritagli di tempo in cui ci concediamo la verità, spesso coincidente con la sofferenza.

E allora in questo passaggio sociale, attraverso il quale il dolore compie la sua trasformazione da vertiginoso a presentabile, gli cambiamo connotati e nome. Da “è morto” o “è morta” a “non c’è più”, “se n’è andato”, “si è spenta”, “è volato via”, “è scomparsa”. Senza altre ragioni che non siano l’elusione del dolore e la messa in scena dell’accettabilità sociale di una perdita, di per sé vuoto inconcepibile. Sicuramente impossibile da dire attraverso l’edulcorazione del concetto.

Qualora esistesse una coincidenza tra le parole e le cose, tra la semantica e i dati tangibili, la ritroveremmo nel riconoscimento del valore di inizio e fine: nel dirsi vivi e nel dire la morte.

morte Fotografia di Giulia Perrone

In Così è la vita, Concita De Gregorio scriveva già dieci anni fa, che la morte è il tabù del nostro secolo: non la diciamo per quello che è. Ricorriamo all’utilizzo di sinonimi, cambiamo la postura del nostro corpo e l’impostazione della voce. Diventiamo solenni di fronte a qualcosa che è ineliminabile come sostanza e vero come forma.

Escludiamo i bambini e le bambine da qualsiasi liturgia che riguardi la morte, nel tentativo irrazionale di proteggerli dalla ciclicità inarrestabile della vita e della morte. In questa educazione alla negazione disimpariamo a pensarci come esseri finiti, sottraendo la radice umana dal nostro stare al mondo, disimpariamo quello che Heidegger raccoglieva nell’espressione l’essere per la morte. Che era risposta coraggiosa, vitale e consapevole, il Si dell’esistenza, di fronte all’angoscia della morte. Non più dunque termine ultimo che terrorizza, ma presupposto vitale dell’esistere autenticamente.

morte Fotografia di Giulia Perrone

Spalle in allerta e sporte in avanti a piegare uno stomaco già svuotato da un digiuno vecchio di giorni, dita incredule, che di lì a breve avrebbero toccato un corpo morto, a tamburellare il duro della panchina. Quel duro asettico e freddo di una stanza di ospedale, senza una fisionomia da ricordare e che accompagna l’attesa gelida, l’angoscia spietata, lì per ospitare l’anticamera della morte.