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La vita la morte. La condizione irriducibile del vivente

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Vita è implicitamente sopravvivenza alla morte. Siamo morti già, mentre viviamo, ma non vogliamo pensarlo e non sappiamo dirlo. La finitudine, caratteristica essenziale dell’umano, si manifesta tra un inizio e una fine: è dal primo respiro che comincia la nostra corsa (in)contro e verso la morte. Vita e morte non sono in contrasto, l’una e l’altra si comprendono nell’a-priori dell’esistenza.

La storia della filosofia è costellata di teorie e posizioni che tentano di significare la morte a partire dal peso specifico dell’esistenza in divenire, ma anche di teorie, come quella heideggeriana, che conferisce un senso alla vita a partire dalla consapevolezza della fine, della morte. Vita e morte sono oltre il principio di causa ed effetto, sono principi dell’esistere che dettano la possibilità di stare al mondo, oltre l’impegno effimero, quotidiano e fine a se stesso del rimanere in vita.

Eppure non basta che sia consapevolezza: la presenza – connotazione del vivere – ci impedisce di non provare paura di fronte alla scomparsa, all’assenza, al vuoto. La paura, il dolore, la scomparsa, l’assenza assoluta sono difficili da nominare e verbalizzare. La consapevolezza non risolve totalmente i sentimenti angosciosi che accompagnano l’abbandono e l’assenza. Non è causa di un’accettazione compiuta, misura assennata e conscia della nostra finitudine.

Al pari di qualsiasi altra realtà oscura e misteriosa, e anche di più, la morte non è fonte di sola paura taciuta nel silenzio, ma anche di fascinazione che sente l’urgenza di venire detta e raccontata, immortalata e condivisa. Teniamo la morte vicina quel tanto che basta a soddisfare la curiosità perversa dell’indicibile e lontana quel tanto che serve a non incontrarla. Saperla sì, purché non ci riguardi.

La morte come negazione della differaenza

Empedocle, filosofo pluralista, riprendendo la dottrina della metempsicosi della scuola pitagorica dà senso alla vita e alla morte segnandole come vicissitudini di un divenire perpetuo e instancabile. Nulla nasce e nulla muore, tutto ciò che esiste si compone e si scompone all’insegna della volontà e dei ritmi di Concordia e Discordia. Fin dagli albori, dalla filosofia presocratica, la morte ha bisogno di essere detta, sì, ma spogliata delle sue vesti più crude e macabre: non solo la vita è rimando alla morte, è necessario che anche quest’ultima ritorni alla vita legittimando la vitalità del cerchio, di cui la ciclicità del tempo e dunque l’eterno ritorno nietzschiano racconteranno l’assoluta necessità e potenza. La disgregazione delle radici non coincide, in Empedocle, con la morte come cancellazione dell’essere, ma con un’assoluta e pervasiva capacità di ri-esistenza. Esistere di nuovo, ancora e ancora, in un riequilibrio dei quattro elementi sempre diverso che spiega la molteplicità e la diversità dell’esistenza.

A questa pluralità di esistenze in potenza e in divenire è riconducibile anche La vita la morte (La vie la mort), titolo di una serie di seminari tenuti da Jacques Derrida nel 1975 all’Ècole normale Supérieure di Parigi. Lo scopo del filosofo è quello di individuare il concetto di differaenza come ragione e presupposto ineliminabili dell’esistente. La differaenza è il termine inventato da Derrida per sottolineare, attraverso l’introduzione della “a”, l’irriducibile dimensione dinamica della differenza, essenza dell’esistenza e dunque dell’esistente. È il differire e l’essere altro, condizioni irrinunciabili di tutto ciò che esiste ed è presente, condizione di possibilità di essere tanto dell’ente quanto dell’esperienza. Dall’altro lato la morte o la pulsione alla morte non può che sottintendere una regressione allo stato di omologazione, alla nullificazione della differenza, paradigma della diversità tra umani. Ritorno allo stato inorganico e indifferenziato in cui versa tutto ciò che non esiste.

«Se la morte non è opponibile, essa è, già, la vita la morte», perché la dinamica differenziale che contraddistingue “la vita la morte” è la condizione irriducibile del vivente. Le pulsioni di vita, in Derrida, non si oppongono alla pulsione della morte: si tratta della stessa pulsione nel suo differire, nel senso di essere in ritardo, rispetto a se stessa.

Ritardare la propria matrice di differaenza, essere in ritardo rispetto a se stessi, per Derrida vuol dire cominciare ad annullare la differenza che ci rende viventi e dunque iniziare a morire. Il prevalere patologico della pulsione di morte, «pulsione di appropriazione assoluta di sé, attraverso l’appropriazione assoluta dell’altro», sulla “pulsione dell’impresa” determina l’avanzamento dell’uguale sul divenire libero, irregolare, confuso e vitale della pulsione alla differenza.

Derrida ha speso gran parte della sua riflessione filosofica anche sul concetto di lutto, inserendolo all’interno di un lavoro decostruttivo: non c’è vita che non sia immediatamente, e fin da subito, sopravvivenza a una morte, di fatto, questa già inscritta nel cuore della vita stessa. In questo senso la vita è sopravvivenza alla morte e noi viventi i suoi sopravvissuti, o forse sopravviventi in corso d’opera. Il lavoro decostruttivo attorno al lutto permette a Derrida di affermare che attraverso la sofferenza si sperimenta la possibilità di una memoria dell’altro che non può mai dimenticarlo perché non riesce ad assimilarlo a sé. È la capacità di «portare l’altro morto vivo in me fuori di me», che si conclude in un «lavoro infinito d’impossibile appropriazione dell’altro: unico modo, in sé aporetico, di portare in sé, in sé fuori di sé, l’altro come altro». Un corpo morto è uguale a ogni altro corpo morto perché spegne la differenza, delimita i tempi della diversità e risignifica i gesti di un vivere che ormai considera la morte come il presupposto della stessa vita.