Marta Bonafoni

Marta Bonafoni. «L’Istituzione ha il dovere di risolvere i problemi delle periferie valorizzando però le persone, le loro energie, radici e identità»

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Convinti che le periferie siano scorci d’umanità nei quali ci si debba affacciare, forse anche sporgere, per comprenderne la potenza sociale e la postura antropologica, abbiamo voluto incontrare persone che, ognuna per ragioni e percorsi differenti, potessero restituirci con voce chiara quello che il più delle volte rimane un brusio sfocato e mal pensato.

Marta Bonafoni, consigliera della Regione Lazio, capogruppo della Lista Civica Zingaretti e tra i promotori della lista civica femminista, egualitaria, ecologista a sostegno del candidato sindaco del centrosinistra Roberto Gualtieri Roma Futura, ha scelto di raccontarci il quadrante Prenestino, dove emergono le «contraddizioni più forti e dolorose di Roma e al tempo stesso una potenza immaginifica pazzesca».

Un luogo che significa già città, «se vengono messe insieme tutte le energie dispiegate in questi ultimi anni, dalla biblioteca alla cura della piazza, al centro sociale, alla difesa del lago. Il problema è darle un governo all’altezza, un governo che non la dimentichi ignorandola un secondo dopo l’insediamento o pensando di poter fare da solo».

Con Bonafoni abbiamo parlato delle vite presenti nelle periferie di Roma, delle tinte pastellate che si toccano e si mescolano su un territorio che si nutre di contaminazioni. Abbiamo parlato del tramonto, quello del Corviale, e della necessità – non più procrastinabile – di portare «le periferie al governo, perché quello sguardo può contaminare positivamente tutto l’ecosistema urbano della Capitale. Non basteranno cinque anni visto dove siamo arrivati, ma dobbiamo decidere da quale parte girarci e guardare».

Perché questo luogo? Perché incontrarci alla Stazione Prenestina per raccontare le periferie di Roma?

Perché è uno dei tanti luoghi di Roma con potenzialità pazzesche, ma guardandoci intorno ci rendiamo conto che è stato ridotto a un vuoto a perdere. È un posto che racconta molte storie. Una di queste è lì, proprio sui binari: è la storia di una città che deve ricucire il centro con le periferie, o meglio gli altri centri con il centro storico perché le periferie sono vive e piene di potenzialità, attive nei nostri quartieri, ma non vengono ancora riconosciute dal governo cittadino. È una storia che ricuce qualcosa che sarà fondamentale per i prossimi anni a Roma: la città con la sua cintura metropolitana. Ormai Roma ha una vocazione metropolitana e deve poter vivere dando opportunità maggiori ai pendolari che vivono alle porte di Roma ed entrano in città.

Questo è il quadrante est della città: quello con le maggiori diseguaglianze – come ci dimostrano le Mappe delle disuguaglianze di Monni, Lelo e Tomassi – e al tempo stesso con energie sociali e potenzialità ambientali davvero importanti. Siamo dentro un tratto urbano fortemente connotato a livello ambientale e naturale, alla fine di questa ferrovia c’è Tivoli, qui a due passi c’è il Parco della SNIA Viscosa, uno dei miracoli di questa città: un costruttore vuole edificare e invece trova una falda per un lago naturale.

Si immagina a stento, ma in questo quadrante i comitati di quartiere stanno sostenendo e chiedendo a gran voce, al prossimo sindaco di Roma, un parco strappato alla cementificazione degli ultimi anni, il Parco Lineare che arriva fino al VI Municipio. Ho scelto la Stazione Prenestina perché, a mio modo di vedere, qui si incontrano la mobilità, la cura del ferro, l’ecologia e anche la possibilità di riportare vita, attività produttive, lavoro e welfare in tutti in quartieri della città.

Marta Bonafoni Marta Bonafoni. Fotografia di Francesco Formica

Aggiungerei anche che ci troviamo a due passi dall’ex Pecora Elettrica, simbolo di una realtà su cui dobbiamo lavorare: laddove lo stato viene a mancare, laddove i servizi non ci sono e dove però c’è la vita arrivano le economie criminali. Una delle battaglie di cui dobbiamo farci carico, che non è solo un punto del programma perché è trasversale ed è la cornice del programma stesso, è quella contro le mafie a Roma. Sono insediate, sono tante, autoctone o di importazione. Si sono saldate e funzionano benissimo. Dobbiamo togliere loro terreno, non aspettando la magistratura o la polizia, ma creando opportunità e riempiendo vuoti come questo.

Nel caso della Pecora Elettrica, quando ho visto il secondo incendio nel giro di pochi mesi, la prima cosa che mi ha colpita non è stata tanto assistere ai danni provocati dall’incendio, quanto dargli le spalle e vedere che nel parco di fronte erano stati distrutti tutti i lampioni. Era il sintomo più forte di quello che stava accadendo: meglio il buio, perché nel buio il mercato della droga prolifera e i libri erano la luce più forte che potesse esservi accesa

Nel programma di Roma Futura ritrovo due punti cardine: il femminismo, un ruolo non più di contorno riconosciuto alle donne, e il contatto con il territorio, quindi i poli civici. Quali saranno i cambiamenti promossi da Roma Futura in questo senso?

Rispetto alle donne non solo Roma Futura si sta impegnando, perché è anche un punto del programma assunto dal candidato che noi sosteniamo, Roberto Gualtieri. Noi immaginiamo la nascita di una Casa delle Donne, oltre che di un centro di Antiviolenza e di case rifugio, in ogni Municipio, per portarci sempre più vicine e vicini alla Convenzione di Istanbul. Rispetto a questo vorremmo fare anche un passo ulteriore: la Casa delle donne Lucha y Siesta è un centro antiviolenza, casa rifugio e casa di semiautonomia, la Casa Internazionale delle Donne è un consorzio di associazioni che svolgono le attività più varie. Ma questi spazi non sono importanti per i servizi che offrono, ma per la loro stessa esistenza. Sono soprattutto luoghi di incontro e relazione, di libertà e autonomia per tutte le donne. Come dimostra Lucha y Siesta, sono ambienti che fanno bene ai quartieri perché innescano meccanismi virtuosi dal punto di vista dell’offerta culturale, della coesione sociale all’interno dei territori in cui si inseriscono.

Per farlo va innanzitutto utilizzato il patrimonio pubblico, che è vastissimo, e non soltanto quello posseduto dal Comune di Roma, ma anche quello delle aziende, così come il patrimonio delle Ferrovie dello Stato. In questo stesso posto abbandonato – oggi, insicuro e sporco, ma soltanto perché non vivo e non riempito di attività – potrebbe nascere un polo civico.

poli civici, dal nostro punto di vista, sono quei luoghi in cui far vivere l’incontro fra amministrazione, terzo settore e volontariato, comunità scolastiche e locali e dove offrire servizi. Sono lo strumento per applicare quel governo orizzontale della città, emerso durante la pandemia soprattutto in questo quadrante di Roma dove le diseguaglianze mordevano di più; per provare a far vivere la grande forza delle associazioni che, in questi anni, ha fatto spesso supplenza delle istituzioni del Campidoglio e farla vivere anche in posti sicuri nel senso di non precari: luoghi che diventino punti di riferimento per il quartiere.

Che cosa significano politicamente le periferie per Roma?

Sono Roma e sono la sfida principale che dobbiamo affrontare. Sono il luogo dove, negli anni, prima sono state espulse e poi hanno scelto di restare le famiglie più giovani, i nuovi cittadini di Roma. Insieme a questi anche coloro che ci ostiniamo a chiamare immigrati ma che in realtà sono nostri coabitanti nei quartieri, nelle scuole, nei campi sportivi.

Le periferie, anche perché hanno numeri e dimensioni imponenti – città nella città: non è un mistero che i Municipi di Roma siano tra le venti città più grandi d’Italia -, rappresentano la sfida che dobbiamo vincere, ridistribuendo la ricchezza e riconoscendo loro il protagonismo che meritano. Dobbiamo bandire i tour nelle periferie, il giro nelle periferie, non deve esistere questo approccio. Le periferie sono il cuore di Roma, possono fare bene al centro. Qui, nelle periferie, c’è tanta vita che aspetta risposta, lì c’è poca vita che aspetta di essere di nuovo abitata.

Chi vive nelle periferie, nelle borgate romane, spesso non sente di essere cittadino o cittadina della città ma soltanto del proprio quartiere. Come si supera questo divario costruito e alimentato da anni di separazione?

Intanto riposizionando i bisogni e le opportunità vicino alle persone. Siamo per la città in 15 minuti, per la determinazione del diritto – non del bisogno – a muoversi. Stare in borgata va benissimo se quella borgata offre servizi socio-sanitari, scuola, cultura, teatro, divertimento.

Marta Bonafoni Marta Bonafoni. Fotografia di Francesco Formica

La differenza tra chi si percepisce romano e chi invece non ci riesce è misurata nel divario delle cose che si possono fare e a cui si può accedere. In questa versione del racconto, quello che determina la differenza tra Roma e chi vive in borgata, è che chi risiede al centro viene percepito come qualcuno che ha di più, sa di più, può di più e noi questo lo dobbiamo abbattere. È questo il cambiamento da realizzare: una città policentrica. Di fatto ce ne sono già tutte le potenzialità umane e sociali, ma va infrastrutturata in maniera conseguenziale. Il posto in cui siamo ora ci racconta che questo lavoro è ancora tutto da fare.

Quali sono le principali problematiche e dall’altro lato i principali punti di forza delle periferie?

Se assumiamo il lavoro di qualità come chiave di lettura delle periferie possiamo dare una svolta a molte cose, come gli investimenti green sui quartieri e gli investimenti per la scuola e per la formazione successiva. Il lavoro si genera se ci si avvicina ai posti in cui si possono mettere in pratica le proprie competenze, bisogna portare occasioni di lavoro nelle periferie, ma per farlo è necessario avere in mente un’idea di società e di città in grado di riprodurre le risposte ai bisogni e ai desideri delle cittadine e dei cittadini.

La città è da intendersi come ecosistema sociale-umano, non soltanto dal punto di vista urbanistico. Credo che questa città, ad un certo punto, abbia messo in capo alla sua programmazione gli interessi, che non erano però gli interessi di tutte e tutti. Dobbiamo ripartire dagli interessi delle donne, degli uomini e del pianeta. Incredibilmente si finge ancora che i nostri comportamenti non impattino sul pianeta.

Roma è il comune agricolo più grande d’Europa, ma nessuno riesce ad utilizzare fino in fondo le terre pubbliche e ad integrarle con gli istituti agrari, che sono occasione di formazione per l’avviamento al lavoro dei giovani agricoltori. Roma, in questo momento, quando funziona lo fa per eccezioni, dobbiamo fare lo sforzo di sistematizzare una visione diversa, dal nostro punto di vista, femminista, egualitaria ed ecologista della città.

L’edilizia popolare del secolo scorso ha dato vita a interi quartieri, come ad esempio il Corviale, assolutamente decentrati, in cui gli abitanti sono stati praticamente abbandonati. Persone, ad oggi, completamente sfiduciate e che faticano a riconoscere un rappresentante politico come loro portavoce. Come si riportano dentro la rete della partecipazione civica queste persone?

Il Corviale è un bell’esempio, perché fu immaginato esattamente al contrario di come poi è stato realizzato. Doveva essere la città nella città, l’utopia realizzata: lì avrebbero dovuto convivere le residenze dei cittadini, quindi gli alloggi a prezzo calmierato di edilizia popolare, insieme ai servizi e alle varie opportunità. Un piano doveva essere completamente destinato ai servizi e alle attività comuni, poi negli anni il disinvestimento sulla politica urbana, che non è stata in grado di viaggiare insieme ai diritti delle persone, di fatto ha creato quel buco nero che sono gli spazi comuni di Corviale, in alcuni casi occupati per il bisogno effettivo di un’abitazione, in altri invece tramite il mercato della criminalità, ormai parallelo a quello delle case.

Come Regione abbiamo fatto un investimento importante su Corviale: abbiamo provato a spostare i residenti, dando a tutti la garanzia di un altro alloggio, mentre ci occupavamo della ristrutturazione, perché quelle case erano state pensate per nuclei familiari molto grandi che oggi non esistono più. Stiamo segmentando gli appartamenti per raddoppiarli e restituire il diritto all’abitare.

Nel farlo non abbiamo semplicemente spostato le persone. Abbiamo con fatica e dedizione messo in campo un laboratorio sociale all’interno di Corviale che dialogasse con queste persone e chiedesse loro: “Di cosa avete bisogno, di cosa avete paura?”. Una signora ha risposto: “Io ho paura di non vedere più il tramonto”. A Corviale c’è uno dei tramonti più belli – io credo – se non del Paese, sicuramente della nostra città. Corviale si affaccia sul mare. C’è il vento del mare. Dobbiamo provare a considerare anche quel tramonto e quel diritto alla bellezza, che esiste anche a Corviale.

Mi fai questa domanda a pochi giorni da una mia irruzione a Corviale, perché invitata da un gruppo teatrale, Enzima T., che fa teatro integrato con i ragazzi del centro diurno per persone adulte disabili, rifugiate, operatori e operatrici sociali. Lo spettacolo è stato straordinario, ma ancora di più ciò che è successo alla fine: la festa era fuori e non dentro l’anfiteatro, perché un ragazzo stava facendo una serenata sotto la finestra della sua futura sposa, c’era una festa popolare vera. Quella era vita.

Non c’è bisogno di demonizzare i luoghi, ma di riconoscere alle periferie di Roma la loro realtà senza però neanche mitizzarle, perché sono piene di problemi. L’Istituzione ha il dovere di risolvere quei problemi valorizzando però le persone, le loro energie, radici e identità.

Per citare qualcosa di cui stanno parlando tutti, il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) non potrà che passare da questa sfida. Ha inserito la lotta alle diseguaglianze geografiche accanto a quelle di genere e sociali, facendone uno dei suoi pilastri. È necessario dare sia una risposta puntuale, rivolta ai problemi quotidiani come l’ascensore, l’acqua, una vivibilità dignitosa nei metri quadri assegnati, sia una risposta di visione, che riguardi il futuro da restituire alla Roma che arriverà dopo. La nostra lista prova a rimettere in circolo questo tipo di sguardo a lunga gittata.

La demonizzazione del criminale da un lato e la mitizzazione del miserabile dall’altro continuano a spersonalizzare chi vive nelle periferie, rendendole esistenze omologabili (di per sé un processo impossibile). C’è un pullulare di vite che va semplicemente riconosciuto nell’umanità e nelle singolarità proprie di questi quartieri. Dico questo anche per agganciarmi ad un articolo scritto da lei per Left riguardo al diritto allo studio e al reinserimento sociale delle persone detenute. Indipendente dalla collocazione geografica occupata, al livello sociale tutte le carceri diventano periferie: luoghi nascosti, che tutti vogliono dimenticare. In realtà sono anche quelli luoghi di espressione umana e sociale. Non è ora di inserire anche all’interno dei programmi politici una sensibilizzazione in grado di favorire un autentico reinserimento delle persone detenute che, una volta scontata la condanna, hanno diritto a vivere nella medesima rete sociale in cui siamo inseriti noi?

Sono d’accordo con te, il diritto al reinserimento sociale è stabilito dalla nostra Costituzione. La pena serve a restituire il reo alla società, non a stigmatizzarlo e a calcificarlo dentro la sua colpa. Di questo si avvantaggiano tutti: la vittima, il colpevole, i familiari. Dico sempre che noi tutti siamo la società in cerchi concentrici: se i nuclei si allargano provando a rimettere in fila, in questo caso, le responsabilità e il riscatto, si bonifica tutto il nucleo comunitario che impatta su quella persona.

Marta Bonafoni Marta Bonafoni. Fotografia di Francesco Formica

Invece continuiamo a pensare il carcere come altro, come la periferia della periferia della periferia. Peraltro, i muri, le sbarre segnano questa separazione; si è fatta molta fatica anche ad ottenere stanze di colloqui in cui le persone detenute e i loro parenti si potessero toccare, accarezzare, baciare. Il mio punto di vista è che questo non andrebbe in nessun caso vietato.

La formazione e lo studio in carcere ci fanno capire che tanto più riusciamo ad abbattere quei muri, tanto più riusciremo a costruire una città veramente più sicura. Non considerare il carcere parte della città è uno dei problemi. In carcere sono presenti associazioni, volontari, avvocati, c’è un grande via vai di persone che si mettono a disposizione della Costituzione e che lo rendono città.

Siamo lontani dal raggiungimento di questo perché il populismo penale è uno dei populismi più difficili da abbattere, perché è quello che ci mette in pace con la coscienza. Ascoltando le storie, però, si scopre che spesso in carcere ci sono persone fragili, povere, coloro che avevano una posizione lavorativa e l’hanno persa, i rom. Ci sono moltissime donne rom nel carcere di Rebibbia, ad esempio, dove poco più di una settimana fa una donna ha dovuto affrontare il parto in cella. Nessuna donna si sarebbe mai dovuta trovare lì a quel punto della gravidanza.

Dovremmo riuscire a ribaltare la piramide valoriale e a dire “iniziamo dal carcere”, magari riducendolo veramente a pochi casi, provando con le pene alternative, con la giustizia riparativa. Non si tratta di cancellare ciò che è stato fatto, bensì di un reinserimento sociale che riguarda sia la persona che sconta una condanna, sia tutte le persone che incontrerà di nuovo una volta fuori dal carcere.