Carcere. Ricostruire un benessere a partire dal rapporto con la propria corporeità, Mauro Palma

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L’intervento di Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, durante il convegno del 23 marzo a tema carcere e reinserimento, tra i numerosi spunti di riflessione ha posto l’accento su un dettaglio: la conversione dell’atteggiamento trattamentale in atteggiamento di orientamento, nella misura in cui l’orientamento – pur prevedendo il controllo – si configura come «una funzione che non toglie il senso, la responsabilità alla persona, che non la infantilizza».

Nello specifico Palma ha parlato di «ricomposizioni del proprio sé» a partire dalla percezione del proprio corpo. Il carcere, tra le altre cose, è un luogo che porta a riconsiderare la nozione di spazio: tutto ha a che fare con lo spazio, tutto ha a che fare con il corpo. Abitare uno spazio più ampio in quel frangente diventa una concessione, una sorta di beneficio. Le celle singole per le persone detenute rappresentano spesso una pausa dalla convivenza forzata, mentre il passeggio è uno dei pochi luoghi in cui il respiro diventa meno asfittico e anche al cielo è concesso di esistere. Si pensi, poi, alla cosiddetta “sorveglianza dinamica” o “custodia aperta”, secondo cui le persone detenute in media e bassa sicurezza hanno la possibilità di muoversi all’interno e all’esterno della sezione per almeno 8 ore al giorno. Dinamismo, apertura. Queste parole, se si presta attenzione, rimandano a un certo modo di occupare lo spazio. Tuttavia, quando la propria esistenza viene ridotta alle dimensioni di qualche metro quadrato, scandita da permessi e mancate concessioni, il confine imposto rischia di essere naturalizzato: i gesti rimpiccioliscono, i pensieri si fanno intrusivi.

Ricomporre il proprio sé, allora, implica il ripensamento del rapporto con il corpo e al contempo il lavoro sull’espressione del proprio sé culturale. «Si tratta di ricostruire, nel luogo del malessere, un benessere possibile nel rapporto con la propria corporeità. È molto difficile perché tale rapporto nel momento in cui il corpo è limitato, nel momento in cui il corpo è chiuso, è estremamente problematico».

Ricomporre il proprio sé, ancora, significa anche mettere in primo piano l’istruzione e la formazione professionale, posto che nel corso dell’intervento è emerso un dato importante: in carcere, al di là della popolazione detenuta straniera, ci sono 1000 detenuti analfabeti. È stata affrontata a partire da qui la necessità di costruire un ponte con l’esterno attraverso l’inserimento di nuove figure professionali all’interno delle strutture detentive. «Questa conversione delle figure trattamentali in figure orientative è una necessità molto forte per dare valore al tempo, per riconvertirlo. Il carcere ha bisogno di una grande immissione di figure sociali, una grande immissione di culture. Ciò determina che, in assoluta sicurezza, c’è bisogno che coloro i quali sono votati alla garanzia e alla sicurezza si tirino un po’ indietro».

Se vogliamo parlare di carcere e reinserimento in maniera efficace, allora l’attitudine propria di questo istituto va ridefinita assieme al mosaico di parole che lo compongono. Trattamento e orientamento, dunque. Al di là della consonanza, i due termini rappresentano – a proposito di spazio – due orizzonti opposti, definiscono l’umano a partire da presupposti inconciliabili. Se l’uno tenta di addomesticare, l’altro disegna un’attitudine alla scoperta oltre la dimensione limitante del pregiudizio. Nell’orientamento risiede l’essenza della pedagogia che, dimenticando la presunzione insita nell’idea di poter trasferire dall’alto nuovi modelli comportamentali, apre all’accoglienza. E si dispone, soprattutto, a trasformarsi in uno strumento funzionale alla ri-scoperta di sé.

Il trattamento può diventare orientamento laddove si modifica la visione dell’Altro, quando il controllo – seppur non abbandonando l’esigenza di sicurezza, come suggerisce Mauro Palma – lascia spazio al riconoscimento. Ricomporre il proprio sé è un gesto di autodeterminazione che trova ragione di esprimersi soltanto quando la propria umanità è posta come condizione di partenza.