reinserimento sociale

Detenzione e reinserimento sociale. Spezzare la cristallizzazione di un tempo giudicante

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin

Il tempo è polvere. Piccoli granelli nell’aria respirati e spostati, mossi dalle decisioni di chi li attraversa. Per quanto inafferrabile, il tempo fissa, a volte inchioda. Rende vitree esistenze che rimangono in movimento. Cristallizza i pregiudizi: quelle convinzioni stereotipate che emergono sempre uguali in maniera ciclica, soprattutto rispetto a contesti sociali come il carcere e dunque le persone recluse.

L’Università degli Studi di Roma Tor Vergata ormai da oltre dieci anni porta avanti un programma di formazione, “Teledidattica Università in carcere”, all’interno della Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso e in quella di Frosinone, mettendo a disposizione delle persone detenute corsi di laurea in Lettere e Filosofia, Giurisprudenza ed Economia. Lo scorso 23 marzo ha organizzato un convegno, Detenzione e reinserimento sociale. Diritto allo studio, diritto al lavoro, tenuto proprio presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, con l’obiettivo di portare fuori dalla cristallizzazione di un tempo giudicante non solo il carcere, ma anche ciò che ne dovrebbe conseguire, il fantomatico reinserimento sociale.

reinserimento sociale Giovanni Colonia, Marina Formica e Mauro Palma. Fotografia di Martina Lambazzi

Per spezzare il ritmo monotono e intrusivo del pregiudizio, che non conosce confronto, avrebbero dovuto prendere parte all’evento tre persone detenute e iscritte ai diversi corsi di laurea presso le facoltà di Roma Tor Vergata. Per raccontare non soltanto i risultati accademici raggiunti, ma la necessità che a questi faccia seguito un reinserimento sociale vero, inclusivo, tangibile nel riconoscimento sociale.

Inizialmente autorizzati, i tre studenti reclusi, Giuseppe Perrone, Filippo Rigano e Giovanni Colonia, non hanno potuto prendere parte personalmente al convegno, ad eccezione dell’ultimo, che ha raccontato non soltanto il significato del percorso accademico intrapreso anni fa, ma soprattutto il valore del reinserimento sociale: sottrazione dal tempo immobile del carcere e di conseguenza acquisizione di un senso prima esistenziale e poi politico, perché interpersonale.

Indicativa la decisione della magistratura di non consentire agli altri due studenti universitari di prendere parte al convegno. Sembrerebbe paradossale la negazione della presenza in un convegno, il cui tema portante era proprio il reinserimento sociale. Eppure, chi conosce, più o meno, le dinamiche detentive non lo considera un paradosso fine a se stesso, ma più che altro un approccio indicativo della matrice escludente e marginalizzante che sta alla base delle logiche penali e penitenziarie in Italia.

La via attraverso cui Giuseppe e Filippo hanno potuto partecipare all’evento è stata la lettura di contributi realizzati da loro, con lo scopo di sottolineare l’urgenza del reinserimento sociale, in virtù della considerazione della persona nella sua interezza, e la necessità di abbandonare quell’attitudine che si ostina a ridurre un’esistenza ad una striscia di vita, quella criminale, talmente tanto passata da essere sbiadita persino nei ricordi.

I loro interventi hanno fatto seguito al parterre di relatori invitati al convegno, tra questi: Mauro Palma, garante nazionale delle persone private della libertà, Stefano Anastasia, garante delle persone private della libertà per la Regione Lazio, Gabriella Stramaccioni, garante delle persone private della libertà di Roma Capitale, Marta Bonafoni, consigliera regionale per il Lazio. Insieme a loro la direttrice della Casa Circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso, Rosella Santoro, il magistrato Pier Paolo Filippelli e Mauro Pellegrini, fondatore di attività commerciali interne alla struttura detentiva di Rebibbia, tra cui la casa di torrefazione “Caffè Galeotto”.

Se c’è un sottofondo corale ai tre interventi di Giovanni, Filippo e Giuseppe è proprio l’esigenza della creazione di uno spazio pubblico – politico e sociale – in cui le parti, guardandosi e ascoltandosi reciprocamente, si riconoscano come, indipendentemente dalle decisioni e dalle circostanze, agenti della stessa rete culturale e sociale. Dal senso di identità da costruire nella relazione, alla speranza come palafitta esistenziale che dà significato al diritto di esistere, fino all’indecenza di una pena tanto disumana quanto contraria ai criteri della rieducazione, come l’ergastolo ostativo.

Giovanni Colonia. «Dietro ogni fatto c’è una storia, dietro ogni comportamento una visione del mondo»

«Tor Vergata è l’università che mi ha dato una formazione e, nonostante la detenzione, ha rappresentato per me uno spazio di libertà. La costruzione di nuove esperienze e nuove relazioni prevede versioni caratterizzate da pratiche di scambio, di negoziazione e di accordo con l’altro e questo è funzionale anche a una progressiva ridefinizione dell’identità personale. Il senso di identità è frutto di un progressivo cumularsi di rappresentazioni del sé, costruite in contesti di confronto e di relazioni con gli altri. L’identità si costruisce, decostruisce e ricostruisce sempre in relazione e in situazione. La genesi relazionale e situazionale della percezione del sé fa sì che essa non sia mai realmente definitiva, ma sempre sottoposta a cambiamenti che derivano da nuovi rapporti e nuove situazioni.

Il carcere e la pena hanno senso se sono fatti in un certo modo. La rieducazione e la risocializzazione funzionano se sono fatte in un certo modo, cioè quando viene posta la persona al centro, considerandola come identità e dunque persona. Non soltanto come detenuto o criminale. Dietro un agire, anche se antisociale, c’è sempre un soggetto. Perché dietro ogni fatto c’è una storia, dietro ogni comportamento una visione del mondo. Il cambiamento non è un’imposizione dall’esterno, ma una spinta dall’interno, è una nuova prospettiva propria.

reinserimento sociale Giovanni Colonia e Marina Formica. Fotografia di Martina Lambazzi

L’Università di Tor Vergata mi ha dato gli strumenti per giungere a queste consapevolezze e ha rappresentato per noi sia la situazione che la relazione, fondamentali per una nuova presa sulla realtà. È un lavoro che ha portato i suoi frutti perché è stato fin dall’inizio svolto insieme. Nel riconoscimento, appunto, della persona che tenta di costruirsi possibilità nuove e non del detenuto con un passato criminale. Autentica autonomia non significa essere autonomi, ma pensare in modo autonomo, scegliere in modo autonomo, essere quindi autonomi in relazione. L’autonomia fiorisce attraverso la relazione e il vincolo».

Giuseppe Perrone. «Il carcere senza vie di uscita disconosce l’umanità e ripugna il senso della pena»

Alcuni passaggi tratti dall’introduzione della tesi di laurea che Giuseppe Perrone discuterà a maggio e che sono stati presentati all’evento come espressione della sua voce. «La speranza è un fatto, altrimenti gli abissi della mia pena mi avrebbero sommerso da tempo e di me si sarebbero perse la memoria e la storia. Senza la speranza mi sarei perso pur rimanendo in vita. E la mia vita sarebbe stata persa da me stesso perché non sarei stato in grado di consapevolizzarla. Per tutto questo non c’è stata una lotta. Ce ne sono state tante. Sempre nuove. Sempre diverse. Sempre un po’ somiglianti. Ho lottato senza vincere e senza perdere.

Non soccombere è valso ad allontanare la morte che in ipotesi mi è sempre stata vicina. Non so se con affetto. E non so dire se ci fosse stato come mi sarebbe finita. Non sono solo in questa lotta disperata. E non so bene in quanti siamo e in che condizioni, dopo trent’anni, siamo arrivati fin qui. Se mi volto vedo ancora le luci del Natale spegnersi e riaccendersi dentro tempi straordinari. Sono tempi stellari e abissali in un solo tempo.

Riemergere dagli abissi richiede tenacia, forza di volontà oceanica e una ricerca costante di equilibrio. Tuttavia, se non c’è nessuno che ti aspetta, che ti ama, che ti vuole bene e che a pronto a riaccoglierti fuori dal carcere non saprei dire in quale percentuale andrebbe a porsi la probabilità di scalare gli abissi di una pena tanto estrema.

Il potere dell’uomo sull’uomo ha tra i suoi esempi illustri il carcere. E, sebbene il carcere sia sempre il carcere, al suo interno è possibile distinguere. Il “Carcere dello Sprofondo” risponde meno alla Costituzione ed egoisticamente più a se stesso. È pertanto un carcere senza vie di uscita. Disconosce l’umanità e ripugna il senso della pena, poiché la pena è un diritto del reo, della persona umana. Persona che il “Carcere dello Sprofondo” tenta di fare “sua” superando la soglia legale della funzione di contenitore per trapassare in quella di “padrone”. Passaggio diabolico che fa regredire la persona da soggetto di diritto qual è a oggetto di possesso quale mai dovrebbe essere».

Filippo Rigano. «Io ho avuto il coraggio di recidere totalmente dalle vecchie logiche, ma voi abbiate il coraggio di mettermi alla prova»

«Non mi vergogno di dire che 29 anni fa, quando varcai le porte del carcere, sapevo a malapena leggere e scrivere. Giorno dopo giorno, iniziando a frequentare la scuola, cominciai a meditare sul mio passato e sul mio futuro: compresi che se volevo veramente cambiare e migliorarmi per prima cosa avrei dovuto trovare la forza e il coraggio per uscire da quella spirale di violenza, figlia snaturata dell’ignoranza e di quella palude infetta e malefica che è il carcere, attraverso una profonda e anche dolorosa introspezione per cercare di estirpare dalla mia interiorità i peggiori fantasmi che mi avevano avvelenato l’anima. Quindi, proprio a partire da queste mura, maturai la revisione critica sul mio passato. Cosa non facile eppure terminata, ma ho una pena che non finisce mai, la pena infame dell’ergastolo ostativo. Oggi se paragono tutta la mia vita passata a questi anni in carcere, in cui mi sono abbeverato e nutrito di cultura, sento che quel passato altro non fu che fumo, null’altro che una notte oscura e noiosa.

Nessun uomo è uguale a quello che era venti o trent’anni prima e quindi è doveroso che il giudizio su quella persona sia diverso. Qualcuno ci deve ascoltare. Se nessuno ci ascolta si continuerà a pensare che la persona sia rimasta quella del passato. Si dice: “tanto questi non cambiano mai, sempre delinquenti sono”, non è vero. Solo attraverso il confronto e l’ascolto si può comprendere il cambiamento di una persona. È quello che hanno fatto in tutti questi anni gli operatori dell’area educativa, i nostri professori e le nostre tutor di Tor Vergata. Mi rivolgo soprattutto ai giudici di sorveglianza, rimasti ancorati al nostro passato e meno al presente. Io ho avuto il coraggio di recidere totalmente dalle vecchie logiche, ma voi abbiate il coraggio di mettermi alla prova. Non sono più un ragazzino: ho compiuto 65 anni, la mia vita sta finendo, qui si pena sempre e non si vede mai uno sbocco di libertà. Ascoltateci: solo così potrete capire che la persona non è più quella di un tempo che fu!».