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Soft power, ovvero come conquistare il mondo senza l’uso delle armi

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L’America è lontana, dall’altra parte della luna, scriveva Lucio Dalla nel 1979 insieme agli altri versi di Anna e Marco. In quegli anni sicuramente l’America, implicitamente intendendo quella del nord, appariva ancora come qualcosa di lontano ed inarrivabile e forse proprio per questo particolarmente attraente. Forse esisteva ancora il sogno americano condito da palazzoni moderni, dalle luci scintillanti dei cartelloni pubblicitari e delle vetture quasi futuristiche. Un immaginario complessivo che si discostava nettamente da un’Europa che allora appariva più invecchiata di oggi e che è durato per tutta la metà del novecento. Un mondo, quindi, che ancor prima che arrivasse internet ci giungeva soltanto tramite immagini, per lo più cinematografiche, in grado di farci immaginare il nuovo continente come una sorta di paradiso del futuro, in cui ogni cosa, letteralmente, arrivava prima che da noi. In un certo senso, possiamo definire in questo modo il soft power, ma andiamo per ordine, perché è molto di più.

Conquistare con la cultura, non con le armi: cos’è il soft power

La prima apparizione di questo termine avviene al termine degli anni 80, nel saggio The Mean to Success in World Politics del professore Joseph Nye. L’accademico utilizza l’espressione per mostrare in che modo si potrebbe aver successo nella politica estera, abbandonando chiaramente le dinamiche violente che avevano caratterizzato tutto il secolo. Secondo Nye il potere consiste nella capacità di far fare agli altri ciò che chi lo possiede vorrebbe facessero. Fino ad allora, come ben sappiamo, la conquista di questa capacità era avvenuta tramite la violenza, rappresentata al meglio dalla seconda guerra mondiale, ma forse ancor di più dalla guerra in Vietnam, che mostrò al mondo come gli Stati Uniti non fossero più l’unica potenza mondiale. Un problema che negli anni successivi si ripropose in maniera ancora più determinante, considerando il potere della globalizzazione e lo sviluppo rapido che anche altri paesi avevano conosciuto. In un contesto simile, dunque, non più armi, ma fascinazione ed attrazione politica e culturale verso i propri interessi. Tale strategia consente di portare dalla propria parte stati minori, ma soprattutto di guidarli direttamente o meno nella stessa direzione dei propri obiettivi.

Il caso americano

Quello degli Stati Uniti è un caso particolarmente interessante di soft power, poiché ci permette di guardare al fenomeno sia sul piano delle relazioni internazionali, sia su quello della vita quotidiana, ma non solo. Osservando ancor prima la storia interna del paese, possiamo notare come il processo abbia coinvolto prima le popolazioni già presenti all’interno dei confini nazionali, per poi attraversare l’oceano.

In sociologia, tale fenomeno ha un nome preciso: americanizzazione. Questa è avvenuta in due fase distinte della storia. La prima si è concretizzata nel periodo della prima guerra mondiale, quando la cultura americana è riuscita ad assorbire gran parte delle numerose etnie presenti sul proprio territorio, specialmente quelle europee. La seconda si ha invece dopo la seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti potevano contare su una grandissima disponibilità economica, ma soprattutto non avevano la necessità di ricostruire un intero paese devastato dai conflitti, presentandosi dunque ai più piccoli stati europei come una sorta di paradiso futuristico, non a caso quello richiamato nell’introduzione. In questo secondo frangente, tuttavia, in Europa soprattutto c’era un grande freno che non consentiva agli USA di penetrare tutti i confini nazionali, ovvero la cortina di ferro, dopo la caduta della quale gli Stati Uniti sono riusciti ad imporre un controllo egemone, basti pensare allo stile di vita occidentale, con i suoi brand, che ha invaso l’ex Unione Sovietica in pochissimo tempo.

Restringendo l’attenzione alla nostra piccola Italia, basta osservare il passaggio cruciale degli anni 80, in cui si assiste ad un cambiamento drastico, anche da un punto di vista estetico, dello stile di vita dei cittadini, che hanno sposato quasi interamente l’edonismo a stelle e strisce. Non è un caso che proprio in quel periodo storico arrivò in Italia una serie di prodotti televisivi d’oltreoceano, come Dallas, che hanno invaso le tv presenti in ogni casa italiana, fornendo una nuova prospettiva dopo i terribili anni 70. Da lì in poi la televisione sarebbe cambiata, abbandonando un modello di mezzo culturale, in particolar modo nel servizio pubblico, favorendo invece un tipo di intrattenimento leggero, caratterizzato da risate senza impegno ed un abbigliamento decisamente meno istituzionale, tanto per citare due criteri.

Il soft power della Cina

Nel corso del ventesimo secolo, in maniera sempre più profonda lo stile di vita americano ha penetrato l’Italia e l’Europa intera, rendendo i due continenti sempre più vicini. Non sono stati però soltanto gli Stati Uniti a conquistare altri paesi senza l’uso della forza fisica. Al fianco di quella che per anni è stata per definizione la potenza mondiale, infatti, è giunta poi anche la Cina.

Con la crisi del 2008 e con la scoperta, nel corso degli anni, delle ingerenze statunitensi nella politica degli altri paesi, con mezzi e dinamiche di certo non legali, il sogno americano è tramontato. In uno scenario del genere solo un’altra potenza mondiale ha avuto la stessa forza di imporsi globalmente, la Cina, la quale ha però dovuto fare i conti con una reputazione non ottima, specialmente se si considera la distanza a livello culturale e sociale con il mondo occidentale. Per riuscire a conquistare l’altra parte del mondo il governo comunista ha obbligatoriamente dovuto intervenire per ripulire la propria immagine e mostrarsi al mondo nel miglior modo possibile. Per fare ciò, quale migliore via del soft power?

Oltre alle differenze culturali, però, il Partito Comunista Cinese deve tutt’ora fare i conti con importanti criticità interne che continuano a macchiare l’immagine pubblica del paese agli occhi degli altri paesi. Al primo posto delle difficoltà c’è senza dubbio la questione dei diritti civili, che comprende il rispetto dei diritti umani della popolazione cinese, ma anche il rapporto con altre comunità, come quella del Tibet o il controllo autoritario su Hong Kong. Non secondarie, poi, sono le controversie ambientali, poiché la Cina è sì diventata una potenza mondiale, ma per farlo in così breve tempo ha dovuto pagare un grandissimo costo in termini di inquinamento, tema che tutt’ora pare non essere particolarmente a cuore alle autorità cinesi. Tuttavia, è proprio tramite l’inosservanza di questi due aspetti che il paese è riuscito a diventare una potenza economica mondiale, divenendo a tutti gli effetti, la fabbrica del mondo. Nel momento in cui il governo comunista ha però voluto alzare la testa a livello mondiale, mostrando la propria parte migliore agli occhi di tutto il mondo, ha dovuto costruire una propaganda ancor più difficoltosa di quella portata avanti dagli Stati Uniti, poiché aveva come obiettivo l’esportazione di un sistema di valori che mal si concilia con lo stile di vita occidentale e che comunque non può in alcun modo nascondere tutti gli aspetti controversi.

Hanno fallito entrambe?

Come abbiamo visto, il sogno americano è andato in frantumi ormai da anni. Gli Stati Uniti non sono più la potenza mondiale dalla crescita inarrestabile: la crisi economica del 2008 ha messo in ginocchio prima il paese e poi il mondo intero, che a quell’universo di sogni e ricchezze spropositate era inevitabilmente legato. Il colpo finale è stato poi inflitto da Donald Trump, che ha basato la sua intera campagna elettorale su un messaggio che poneva il proprio paese al primo posto, con l’intento esplicito di non curarsi degli altri se non nei casi in cui questi rappresentassero un interesse diretto per l’America. Infine, la pandemia ha senza dubbio messo in luce come gli Stati Uniti soffrano delle stesse debolezze degli altri stati, mostrando agli occhi di tutto il mondo una gestione della crisi a dir poco fallimentare che ha causato migliaia e migliaia di morti.

Sulla Cina ci sarebbero anche poche parole da spendere in merito all’impatto che il Covid ha avuto sulla sua immagine internazionale, che peraltro continua a peggiorare a causa della scarsa collaborazione da parte del governo in merito alle indagini relative all’origine della pandemia. Oltre a ciò, però, sulla potenza asiatica hanno di certo impattato le relazioni internazionali. Il paese non è infatti famoso per l’ottima diplomazia e in più di un’occasione non ha mancato di mostrare i propri muscoli, passando così agli occhi di tutto il mondo da paese in via di sviluppo alla nuova potenza mondiale in grado di soppiantare gli Stati Uniti.

In un contesto simile, dunque, entrambe le potenze sono in realtà uscite sconfitte o indebolite dalla pandemia, almeno dal punto di vista diplomatico.

Chi vince oggi?

Se fare il conto della forza militare di una nazione non è affatto complicato, poiché concretamente basta rilevare il numero delle forze fisiche su cui questa può contare, è invece molto più complesso decretare la potenza del soft power di quel paese. Brandirectory ogni anno stila un report grazie al quale è possibile compilare una sorta di classifica del ranking basato sul soft power dei paesi di tutto il mondo.

Il report 2020, come per gli altri anni, valuta diversi parametri in base ai quali calcolare l’effettivo ranking degli stati. Anche in questo caso, dunque, sono stati presi in considerazione: Business & Trade, Governance, Internazional Relations, Culture & Heritage, Media & Communication, Education & Science, People & Values.

In base a questi parametri al primo posto della classifica ci sono gli Stati Uniti, seguiti da Germania, Regno Unito, Giappone e Cina. Quest’ultima, dunque, pare non riesca ad arrivare agli USA, che nonostante nel report precedente non fossero più al primo posto, sono riusciti a riconquistare la vetta della classifica, mentre altre nazioni europee come Germania e UK stanno facendo la grande scalata (nel 2019 la Francia, con grande sorpresa per tutti, era riuscita a conquistare il più alto gradino della vetta).