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Il ruolo dell’Operatrice all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità con Caterina Di Loreto

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Insieme a Caterina Di Loreto, Operatrice all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità, abbiamo riflettuto sul ruolo dell’O.E.A.S in Italia. Caterina ha sempre lavorato come educatrice insieme ai minori con disabilità e, a partire da quelle esperienze relazionali, ha avvertito il desiderio di approfondire il vasto argomento dell’educazione alla sessualità frequentando uno dei corsi offerti dall’associazione Love Giver.

La nostra chiacchierata ha fornito lo spunto per comprendere la genesi e il senso di questa nuova figura professionale, ma anche per sottolineare l’esigenza di un mutamento sociale. Il lavoro dell’Operatrice all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità è un importante strumento finalizzato alla conoscenza di sé, del proprio corpo, dei propri desideri, tuttavia non è possibile dimenticare il sostrato abilista che nutre la nostra società e in qualche misura, consapevolmente o meno, concorre ad ostacolare il percorso di autonomia delle persone con disabilità.

«Le persone con disabilità sperimentano delle problematiche nella sfera della sessualità non tanto in relazione al deficit della disabilità stessa, ma a causa del contesto nel quale vivono: il 90% degli spazi pubblici e privati intorno a noi è inaccessibile, spesso si creano dei ghetti in cui la persona con disabilità finisce con l’essere in contatto – se è fortunata – soltanto con il proprio mondo lavorativo oppure, nel caso di disabilità motorie e intellettive importanti, con il centro diurno, il centro residenziale, le famiglie».

La figura dell’Operatrice all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità: genesi e obiettivi

«L’Operatrice all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità è una figura professionale nuova – non ancora riconosciuta a livello legale – che ha una struttura, prevede un corso di formazione specifico ai fini del riconoscimento della qualifica e dispone di un codice etico. L’O.E.A.S viene generalmente associata a un’altra figura che esiste all’estero, quella dell’assistente sessuale, ma sebbene entrambe si occupino della sfera sessuale nell’ambito della disabilità, presentano delle differenze.

L’Operatrice all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità richiama l’esperienza dell’assistente sessuale, tuttavia l’associazione promotrice di questa figura, Love Giver, ha ragionato specificamente sulla realtà italiana sostituendo la parola “assistente” con “operatore” e ha ampliato, in questo modo, il concetto della sessualità. Anche l’assistente sessuale si occupa di affettività ed emotività, semplicemente si è scelto di rendere più comprensibili le aree di lavoro e di intervento degli operatori e delle operatrici, tenendo presente che in Italia la sessualità è un argomento tabù.

In riferimento a questa differenziazione terminologica, bisogna aggiungere che la figura dell’O.E.A.S non è clientelare. Rispetta un protocollo e tra gli obiettivi che persegue c’è l’autonomia, dunque il tentativo di fare in modo che la figura professionale non diventi la risposta a pagamento istituzionalizzata dell’esperienza sessuale delle persone con disabilità, perché il senso del nostro lavoro è aprire possibilità relazionali, affettive e sessuali nella realtà. L’intervento dell’Operatrice all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità ha un termine, inoltre l’O.E.A.S non dovrebbe essere la risposta finale e conclusiva di una ricerca, di un bisogno o di un desiderio; dovrebbe rappresentare uno strumento, un ponte che permetta di esperire ciò su cui si è lavorato al di fuori del rapporto con il professionista o la professionista.

Attraverso il lavoro che portiamo avanti ci inseriamo nei numerosi aspetti poco chiari e accolti, di cui certamente si discute poco. A mio avviso l’assistente sessuale servirebbe anche in Italia, ma si tratta di un percorso lungo che implica la necessità di ragionare su alcune delle leggi in vigore nel nostro Paese. Continuo a credere fortemente nel fatto che debbano diversificarsi e aumentare sempre di più le professioni che si occupano della sfera legata alla sessualità, includendo le persone con disabilità».

Dall’educazione alla sessualità all’esperienza del mondo: la necessità di un mutamento sociale

«A volte si pensa che “l’operatore del sesso” per le persone disabili, così come è stato definito da alcuni giornali, rappresenti la soluzione di ogni problema. In effetti viviamo in una società abilista nella quale le persone con disabilità sperimentano delle problematiche nella sfera della sessualità non tanto in relazione al deficit della disabilità stessa, ma a causa del contesto nel quale vivono: il 90% degli spazi pubblici e privati intorno a noi è inaccessibile, spesso si creano dei ghetti in cui la persona con disabilità finisce con l’essere in contatto – se è fortunata – soltanto con il proprio mondo lavorativo oppure, nel caso di disabilità motorie e intellettive importanti, con il centro diurno, il centro residenziale, le famiglie.

Si può lavorare tanto sull’educazione alla sessualità, ma urge un cambiamento sistemico a seguito del quale le soggettività con disabilità possano interagire con il mondo, così da manifestare la propria identità sessuale e i propri desideri sperimentando la possibilità di essere persone desiderate, non solo desideranti. Il lavoro che faccio mi rende felice, sostengo però la necessità di un cambiamento globale che agisca su vari aspetti: primo fra tutti l’eliminazione barriere architettoniche e sociali che costringono all’invisibilità dell’esperienza delle persone con disabilità».

De-sessualizzazione dei corpi con disabilità: scardinare un meccanismo sociale impositivo

«Sulla base della mia esperienza ho notato che nel discorso relativo ai corpi con disabilità ci si colloca su due estremi, entrambi scorretti, perché come sempre è nella zona grigia che accadono le cose importanti. Un primo approccio tende a considerare angelicati – asessuati – i corpi e le esperienze delle persone con disabilità. Si tratta di un approccio violento, che nasce spesso dall’infanzia, ma ne comprendo l’origine. Una delle componenti base su cui costruiamo la nostra identità separata, il nostro concetto di intimità e soggettività diversa dall’altro, è legata alle autonomie. I caregiver si prendono cura per tanto tempo – alcune volte per tutta la vita delle persone con disabilità e tutti quegli aspetti necessari nel passaggio dall’infanzia all’età adulta finiscono per creare confusione in loro. Se occorre preoccuparsi dell’igiene personale del proprio figlio adolescente, occupandosi di parti del corpo che un genitore a quell’età non vede più, non vuol dire che quel ragazzo non stia diventando un adulto, che non stia iniziando ad aver bisogno di lavorare sulla propria intimità, sul proprio concetto di spazio privato.

C’è un altro aspetto, poi, su cui lavoro tanto: in alcuni casi, anche dove non ce ne è reale bisogno, per comodità si boicottano i percorsi di autonomia. Le persone con disabilità possono raggiungere determinati obiettivi legati alla propria sfera intima utilizzando strategie differenti, magari con tempistiche più lunghe nell’apprendimento. È qui che arriva l’approccio abilista: si prende in considerazione soltanto la modalità che richiede una certa competenza motoria, altrimenti ci si sostituisce alla persona. Da educatrice provo a far riflettere i genitori circa il fatto che l’acquisizione dell’autonomia è l’inizio del percorso, affinché la persona con disabilità diventi adulta e possa iniziare a costruire una consapevolezza di sé e una capacità di rapportarsi con il mondo esterno nella maniera più corretta possibile. In alcuni casi tale acquisizione può tradursi nel saper indicare all’altro i propri bisogni: una componente essenziale nella relazione con qualcuno, che sia un fidanzato, una fidanzata o un partner occasionale. La capacità di autodeterminarsi è necessaria per poter affermare il proprio consenso e sostituirsi continuamente a volte fa in modo che molte persone con disabilità non conoscano il loro corpo, non sappiano dare indicazioni corrette rispetto a ciò di cui hanno bisogno. Questo vuol dire mettersi a un livello inferiore in un rapporto.

L’altro polo a cui accennavo riguarda la sessualità nella disabilità maschile, che viene percepita come perversa, pericolosa o sbagliata. Quando arriva la pubertà nei ragazzi nasce il terrore che si noti l’esistenza del desiderio sessuale o una ricerca masturbatoria. Il risultato è il tentativo di sedare questo aspetto della sessualità invece di offrire strumenti per far sì che si scopra il piacere apprendendo le giuste pratiche, le buone regole dell’igiene e della cura del sé, oltre al rispetto dello spazio pubblico e privato dell’altro. Questi due approcci – negare completamente la sessualità o vederla come se fosse una cosa spaventosa – sono estremamente sbagliati, perché non vengono messi in atto in presenza di una persona che sta crescendo e che non ha una disabilità».

Il significato del termine educazione nell’ambito dell’affettività, dell’emotività e della sessualità

«Educare significa “tirare fuori”: la persona è al centro, non è considerata un contenitore da riempire. Nell’educazione alla sessualità non si lavora insegnando modelli o regole, si trasmettono delle strategie, oltre a un approccio positivo alla sessualità nel quale esistono buone pratiche che devono riguardare sia la persona che educa sia la persona che si trova dall’altra parte della relazione educativa. Come prima cosa si mettono in atto le regole del non giudizio, quindi non esiste niente di sbagliato nella sessualità. Dopodiché si passa alla costruzione della cultura del consenso, quindi alla consapevolezza di sé, al raggiungimento dell’assertività che ci aiuta a fare delle scelte restando coerenti con noi stessi, alla capacità di reggere la frustrazione di fronte ai limiti degli altri. Il consenso è un lavoro molto complesso grazie al quale io non mi perdo, ma neanche ti calpesto quando entro in relazione con te. Infine la promozione della salute sessuale, ossia le indicazioni per prevenire i possibili rischi che possono nascere nella sperimentazione della sessualità e del percorso di scoperta propositivo verso il piacere. Esperendo la sessualità si costruisce il rapporto con il proprio piacere sessuale: l’Operatrice all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità interviene laddove si renda necessario un accompagnamento, offre degli stimoli e delle strategie ragionate insieme».

Il consenso e l’autonomia: due percorsi correlati e inscindibili

«In genere si pensa all’autonomia come al saper fare da soli, in realtà è possibile imparare a raggiungere degli obiettivi sapendo chiedere ciò di cui si ha bisogno alle persone giuste e con le modalità giuste. Alcune volte la strategia dell’autonomia prevede la relazione con l’altro, in fondo siamo degli animali sociali. Nell’ambito della sessualità senza la consapevolezza di me resto in balia dei desideri dell’altro e posso non rendermi conto di vivere qualcosa che non mi fa stare bene: lavorando sul consenso si fa tantissima prevenzione degli abusi vissuti e perpetrati senza neanche averne contezza.

Ultimamente si parla molto dell’orgasmo perché la performance si è instillata anche nella sfera della sessualità. A tal proposito, la domanda che più mi viene posta dai ragazzi e dalle ragazze negli ultimi anni è: “come faccio a capire se ho avuto un orgasmo?”. Ecco, non è possibile rispondere a un interrogativo del genere, al massimo posso dire come lo raggiungo io un orgasmo. I ragazzi e le ragazze hanno appreso miliardi di informazioni sulle pratiche da mettere in atto con il loro corpo, ma non è stato concesso loro lo spazio di sperimentazione personale per capire cosa li fa stare bene. Per questo utilizziamo la parola “emotività”, perché le emozioni sono un grosso indicatore per comprendere se stiamo bene o stiamo male in una determinata situazione.

Un’altra cosa che ha a che fare con l’autonomia – e sulla quale lavoro molto – è la masturbazione, poiché spesso lo spazio privato delle persone con disabilità va conquistato con le armi: le porte non sono mai chiuse, ogni aspetto dell’intimità è sempre gestito dai genitori. A vent’anni, così, ti ritrovi a non sapere cosa ti piace perché non ti hanno concesso questo spazio di intimità. Sembra che la sessualità non venga riconosciuta come un diritto, come un naturale comportamento umano. Qualcosa sta cambiando, ma l’approccio delle famiglie alla sessualità dei figli mette sempre in imbarazzo: o viene ignorata oppure viene bloccata e boicottata. Nel caso dei ragazzi e delle ragazze con disabilità non si rispettano i confini che di solito diamo per assodati nelle altre persone: di nuovo, non è la disabilità che ha reso difficoltosa la propria costruzione identitaria e sessuale, è il contesto familiare e sociale che ha tirato un freno rispetto a quell’esperienza.

Se entriamo nella sfera dell’identità sessuale, ad esempio, spesso non vengono riconosciuti i diversi orientamenti, le possibili sfumature dell’identità di genere. Bisogna lottare affinché si possa manifestare la propria espressione di genere: scegliere i vestiti da mettere, come portare i capelli, se e quanto truccarsi sono le prime sperimentazioni per riuscire a parlare di sé al mondo. In adolescenza si gioca tantissimo con il proprio aspetto, con il proprio corpo: è necessario ai fini del percorso di costruzione di sé per prove ed errori, per capire come ci si vuole mostrare al mondo. Spesso tutto questo neanche viene concepito ed è come se non venisse riconosciuta l’autodeterminazione della persona con disabilità perché è disabile. Anche in presenza di disabilità importanti, è bene ricordarlo, esiste sempre uno spazio di capacità e autodeterminazione».

Diventare Operatrice all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità per decostruire la spinta alla performance

«Ho sempre lavorato come educatrice insieme a minori adolescenti con disabilità, mi sono avvicinata alle selezioni del corso come O.E.A.S perché l’argomento della sessualità mi è sempre interessato. Ho intrapreso un mio percorso personale di approfondimento nella mia sessualità, utile a ragionare su alcuni aspetti per vivere al meglio la mia vita da persona adulta. Costruendo una relazione comunicativa con i ragazzi arrivavano delle domande, delle necessità a livello affettivo, relazionale e sessuale. Al di là del mio buonsenso, però, nessuno mi aveva mai parlato dell’educazione alla sessualità nel mio lavoro, era l’unico argomento mai accennato all’università e neanche nel confronto con le altre figure professionali e con le famiglie. Convinta dell’importanza della sessualità nella vita e nel benessere delle persone, ho iniziato a cercare corsi che parlassero di sessualità e disabilità. Mi interessava incrementare la mia esperienza come educatrice, volevo migliorarmi come professionista.

Ci tengo a dire una cosa, tra l’altro. Si pensa sempre che la sessualità di una persona con disabilità sia speciale, differente, curiosa, invece secondo me è l’opposto. Viviamo in un mondo dove generalizziamo tutto ciò che riguarda la sessualità e di base siamo persone con grandissime frustrazioni nell’aspetto sessuale e relazionale, proprio perché tendiamo a lavorare per modelli invece di portare avanti un lavoro più personale dove i bisogni e i desideri individuali siano al centro. Nelle varie esperienze di relazione come O.E.A.S e come educatrice nei laboratori con i minori con disabilità la cosa più bella è l’arricchimento costante. Non è la persona che deve incastrarsi in un abito, tutto viene cucito su misura: questo è ciò che voglio portare nella mia esperienza di vita relazionale e sessuale. E da quando lo faccio è migliorata.

Navighiamo in un mondo pieno di informazioni, ma la maggior parte di queste sono falsi miti. C’è una richiesta eccessiva dell’essere sessuati che non riconosce le esperienze delle persone asessuali e in generale il sesso diventa una prestazione, l’ennesimo ambito nel quale si sperimenta l’ansia di non essere adeguati e competenti. Per fortuna quando si aprono le porte dell’educazione questo approccio va smantellato a prescindere perché bisogna reinventarsi e partire dalla persona: dalle risorse, dalle necessità, dai desideri. È un lavoro che ha il colore e l’aspetto che deve avere, perché la sessualità vissuta in maniera libera e felice è piacere, benessere e salute».