Largo Mengaroni

Largo Mengaroni raccontato da Giada Giorgi. «Scelgo un luogo in cui i protagonisti sono veramente le persone che ci abitano»

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Largo Mengaroni è parte integrante della lunga chiacchierata con Giada. «In questo posto succede quella cosa che non accade più: il vicinato». Le persone si incontrano occupando con il loro corpo, le loro voci, i loro passi, uno spazio nel quale «la  socialità accade». Quando abbiamo fissato l’incontro per l’intervista, l’idea era quella di raccontare un luogo che fosse particolarmente importante per lei, con l’obiettivo di continuare il viaggio de L’in-Esistente all’interno delle periferie, attraverso le parole di chi le abita. Come ci dirà anche Giada nel corso della chiacchierata, però, spesso si parte da un punto ben preciso per poi rendersi conto che qualche deviazione è necessaria, perché i racconti, le immagini, gli spunti di riflessione sono così numerosi e vivi da imporre la loro presenza.

Largo Mengaroni è lo sfondo sul quale Giada ha delicatamente appoggiato i suoi pensieri riflettendo sull’esperienza che ha portato lei e altri studenti e studentesse del Laboratorio di Pratiche Etnografiche a scrivere Narrazioni Contro, un libro sulla periferia e sulle loro vite. Sul rapporto tra l’autodeterminazione del soggetto e l’azione pervasiva della cultura, sul coraggio e la difficoltà di guadagnare il centro del palco e metabolizzare, attraverso l’altro, le proprie fatiche. «Ci siamo resi conto che non potevamo narrare le storie degli altri, di quanto fossero periferici, senza pensare che anche noi eravamo periferici. Gli altri erano uno specchio».

Come nasce il Lape (Laboratorio di Pratiche Etnografiche) e poi l’idea di scrivere un libro sulla periferia, Narrazioni Contro?

Il Lape nasce dalla costola del Laboratorio di Etnografia Urbana del professor Piero Vereni. Nel 2017 si è riunito un gruppo di studenti nel quale c’ero anch’io, Alessandro Viscomi, Simone Cerulli e Michele Daini. A un certo punto ci siamo resi conto che invece di prendere una connotazione stagionale il Laboratorio iniziava ad essere permanente, quindi abbiamo creato un logo e ci siamo detti: «questo deve essere un Laboratorio che fa ricerca sul territorio, che fa terza missione».

Abbiamo sposato l’idea dell’Agenzia dei Rituali di Piero Vereni partendo dal presupposto che la società odierna è deritualizzata e quindi bisognava creare dei riti che fossero laici, pur ricostruendo un’unità. Dunque il nucleo era ed è questo: ricerca, rituali, divulgazione. Siamo andati avanti per un paio d’anni, fino al Covid, e nel frattempo abbiamo organizzato una serie di attività sul territorio, finché nel 2018 è stato pubblicato un bando promosso dagli studenti. Abbiamo deciso di partecipare scrivendo un libro a partire da questa idea: «etnografiamo Tor Bella Monaca, contro la narrazione mainstream».

Ho preparato il progetto in poco tempo, abbiamo raccolto in fretta le firme necessarie grazie ad Alessandro Viscomi e alle sue doti da PR e così è iniziato Narrazioni Contro, che però non era nato per essere quello che è diventato. Come tutte le cose. Quando si fa etnografia decidi di partire da un punto e poi trovi sempre qualcosa di diverso da quello che vai a cercare.

Come era partito e come si è trasformato il progetto?

Abbiamo iniziato a realizzare interviste per quello che avevamo chiamato “un caffè al bar”: offrivamo un cappuccino o un caffè alle persone, che ci raccontavano parte della loro vita. A un certo punto, però, ci siamo resi conto che non potevamo narrare le storie degli altri, di quanto fossero periferici, senza pensare che anche noi eravamo periferici. Gli altri erano uno specchio. In Antropologia una cosa che ti chiedi sempre è proprio questa: «qual è il rapporto tra soggetto e oggetto?». Per onestà intellettuale dovevamo metterci per forza all’interno del discorso e alla fine è diventata un’opera di Antropologia riflessiva.

Largo Mengaroni Giada Giorgi. Fotografia di Francesco Formica

Le anime del Lape e di Narrazioni Contro sono tante. Elisabetta Scavuzzo ha realizzato le illustrazioni e ha creato “Nido d’ape”, un progetto disseminato all’interno del libro. Attraverso i suoi disegni ha restituito un’indagine di tipo visuale: insieme alle foto di Tor Bella Monaca ha inserito immagini visionarie, come gli dei indù sulla Parrocchia di Santa Maria del Redentore. Sulla copertina del libro, realizzata da un’artista che vive nel VI Municipio, Evasa, si legge: «ci manca il necessario nessuno ci tocchi il superfluo».

Io invece ho voluto inserire una citazione di Nathalie Olah ad aprire il volume: «la sindrome dell’impostore è un nome pseudomedico per un problema di classe». È il commento a un articolo secondo cui le persone provenienti da ambienti poveri e disagiati che riuscivano ad arrivare alla famosa “scalata sociale” soffrivano della sindrome dell’impostore, questo perché l’attitudine con cui arrivi ad essere adulto è quella di un sottoposto, non padrone delle tue capacità. Appadurai ne Il futuro come fatto culturale parla proprio della capacità di immaginare il proprio futuro, e qui non c’è: è questa la povertà culturale, l’incapacità di pensarsi al di fuori della strada precostituita.

Da queste premesse è nato un progetto corale in cui si cerca di dire che oltre la narrazione usuale di chi abita in periferia – quella dei poverini, disagiati, delinquenti – c’è molto altro. Tanta noia, assenza da parte dello Stato, pregiudizi e difficoltà a percepirsi come soggetti politici. Da questa analisi è emersa anche la nostra difficoltà a parlare, perché di solito sono gli altri che parlano per le persone che vivono in periferia. Pensano di avere la ricetta pronta, mentre tu ti abitui ad essere passivo. Per noi è stato veramente difficile prendere parola e chiederci: «cosa possiamo dire dall’interno sulla nostra condizione che non sia rabbioso o fuori luogo?».

Cosa troviamo – di te, in particolar modo – in Narrazioni Contro?

Intanto bisogna dire che si tratta di un’opera collettiva, i racconti inseriti non sono firmati. Io ho scritto tante poesie – a un certo punto ho iniziato a fare slam poetry, ho un duo di poesie e illustrazioni che si chiama “Sine Vasella”, quindi ho prodotto una quantità di poesie esorbitante e molte parlano di periferia. Ho cercato di estraniarmi scrivendo, è un esercizio che abbiamo fatto tutti: mi sposto un passo di lato e non mi guardo né dall’interno né dall’esterno, ma dal bordo.

C’è un racconto che ho scritto, Er caffè de’ sòra Teresa, che parla della storia della mia famiglia. Il finale sicuramente è più da giallo, ma i personaggi e la sostanza sono reali. Per me scriverlo è stata una forma di riscatto, perché vengo da una famiglia che ha provato a realizzare il sogno americano all’italiana. I miei sono venuti da Bari e una volta arrivata a Roma mia nonna ha affittato le mura di un bar, per trent’anni le è stato detto che attraverso una scrittura privata avrebbe potuto acquistarlo, dopodiché lei è morta e, a un anno dal riscatto delle mura e tre generazioni di sacrifici, il proprietario si è rimangiato tutto. Così il bar è stato venduto per quella che di fatto è stata una truffa. Io all’epoca avevo dieci anni, questa roba mi era rimasta nelle viscere per tanto tempo e l’ho voluta raccontare. Non è proprio il riscatto che immaginavo, ma è comunque una forma di riscatto.

Il racconto d’apertura, quello da cui penso sia partita l’idea di fare etnografia di noi stessi, si chiama Lape on the road e parla di noi che facciamo un viaggio dal MACRO a Tor Bella Monaca. Contiene una commistione di stili culturali importante: bestemmie, riferimenti a Noyz Narcos e poi a De Certeau e alle madonne nere come la punta più alta della questione di genere. Il punto centrale era: «ci poniamo come accademici o come quelli del ghetto?».

Mi sembra interessante questo contrasto, che poi probabilmente non è tale perché ognuno di noi può essere tante cose tutte insieme. Voi, però, come avete integrato le due anime?

È un dissidio interno costante. Si pensa che l’accademia sia una roba dorata, calata dall’alto, che resta lì, vaga, e gioca con le vite delle persone, soprattutto quando studia fatti sociali. Quindi riuscire a integrare l’accademia con l’esigenza di restare fedeli, di essere delicati, di entrare in punta di piedi anche nelle nostre stesse vite non è facile. Ho voluto riportare questo dissidio interno potentissimo sempre in Lape on the road, scrivendolo a mo’ di saggio. Ho inserito le note a margine, proprio come una sorta di articolo scientifico, insieme alle bestemmie.

Anche le note sono abbastanza colorite. Un esempio è la citazione a Daniele Casolino, un nostro amico e performer che ha sessant’anni e fa delle feste megagalattiche. Michele Daini a un certo punto del racconto dice una cosa del tipo: «dobbiamo assolutamente andare alla festa di Daniele Casolino» e nell’asterisco che spiega chi sia questo personaggio si legge: «E soprattutto, dove c’è Casolino, si mormora, se scopa sempre». La volontà di mescolare cultura alta e cultura bassa è costante.

Nella narrazione delle periferie si parla spesso di “margine” e “centro”. Ogni volta che il margine diventa centro, dunque guadagna un posto da protagonista nella narrazione, è come se si dovesse cercare una giustificazione al perché sia accaduto – da qui il racconto pietistico, la necessità di creare degli eroi oppure di concentrarsi sul disagio. Allora mi chiedo: oltre al sacrificio della complessità, dove va a finire lo spazio della cosiddetta ordinarietà?

Proprio due giorni fa sono stata alla presentazione del libro di un giornalista di Repubblica, Francesco Erbani, che ha raccontato alcune delle realtà presenti nei quartieri popolari in tutta Italia. A un certo punto gli è stato detto: «è strano che parli di questi temi con un carattere di normalità». La sua risposta, parafrasando, è stata questa: «volevo far vedere che questa roba non è l’eccezione e che nei quartieri popolari, quelli in cui c’è una carenza di ricchezza sia culturale che economica, in realtà esistono milioni di esempi virtuosi. E non sono eroi». È una roba spontanea che accade nel momento in cui si reagisce all’assenza di qualcosa e, innestandosi su una mancanza, la riempie. Perché i vuoti vengono sempre riempiti.

Erbani raccontava che l’ultima pagina dei giornali un tempo era dedicata all’approfondimento di un argomento che avesse un carattere di straordinarietà. Oggi la comunicazione passa per la polarizzazione: più il mondo è veloce, più non si ha voglia né tempo di andare a fondo. Il pensiero da analitico è diventato sintetico. Siamo in una società fagocitante nella quale più si fa più si deve fare e stare in mille situazioni. Sembra di avere un bastone immaginario su cui segnare continuamente nuove tacche.

Largo Mengaroni Giada Giorgi. Fotografia di Francesco Formica

In Narrazioni Contro, tra l’altro, a un certo punto compare una citazione di Olivier de Sardan che dice: «bisogna, sul campo, aver perduto tempo, tanto tempo, una quantità enorme di tempo, per capire che questi tempi morti erano tempi necessari». L’Antropologia è una disciplina che va sui resti, si occupa dell’analisi profonda delle cose. È un tipo di sguardo, quindi le cose devono avere lo spazio per essere viste in tutta la loro complessità. Stanotte, attraverso un blitz all’interno di una delle torri, sono state sgomberate delle case appartenenti alla malavita e la narrazione che arriva è quella degli eroi che agiscono nel rispetto della legalità. I titoloni dei giornali rimandano la perdita della capacità di andare a fondo, per non parlare dell’indicizzazione senza la quale nella rete è praticamente impossibile esistere. Tutto questo porta a uniformare la narrazione.

Lo spazio in cui abitiamo non ci definisce, ma ci modella. In che modo lo spazio in cui vivi ha plasmato te?

Ti rispondo leggendo:

Se abbiamo scritto questo libro è perché siamo… coatti

 

Strikki è coatto

E lo sono anch’io

L’ha detto Piero

Tor Bella Monaca è piena

Piena di coatti

Al mercato di Tor Bella Monaca

Faccio volantinaggio per lavoro

C’è tutta queste gente

Coatta

Al mercato

Che non mi guarda in faccia

Che non prende i volantini

Tutta questa gente

Odiosa

Odiosa come Strikki

Che è coatto

E si dà delle arie

E mi parla del suo ultimo disco

Della sua carriera da rapper.

Strikki è coatto

Apre una birra

Mi parla della sua carriera da rapper

Che è lontana da Tor Bella Monaca

Sta a Milano

Lui però sta a Tor Bella Monaca

A Milano non ci va

Non sta bene manco al centro

Infatti lo hanno licenziato

Perché è chiaro che se fai il rapper e sei di Tor Bella Monaca

Mica fai solo il rapper

Però al centro non ti ci vogliono

C’è un centro di gravità permanente a Tor Bella Monaca

Un campo gravitazionale che ti attrae

Ti risucchia

Ti porta giù

Ti schiaccia al suolo

Da quando lavoro a Tor Bella Monaca

E non leggo più libri a Torre Maura

Anche io sono più coatta

Da quando lavoro a Tor Bella Monaca

Vado dall’impiegato di Laziodisu

E parlo la sua lingua

Due anni fa appena uscita dall’ufficio mi ero messa a piangere

Stavolta ho superato tutti quanti

In fila

Ero coatta

L’impiegato ha riconosciuto la coattaggine

Invece di farmi fare la fila

Mi ha sbloccato subito la domanda della borsa di studio

Sono coatta

Perdo i treni

Strikki mi ha guardato da occhi

Verdi

Confusi

Lucidi

Stanchi

Afasici

Grossomodo quanto i miei

Strikki è coatto

Sembra non ci sia via di fuga

La cultura ti permea

Il territorio ti plasma

Siamo coatti

Per incorporazione

Coatti che sgomitano

Cerco sul dizionario

E leggo

«Coatto: costretto dalle autorità»

Siamo coatti

Siamo coatti

Siamo coatti.

È come se esistesse un modo di incorporare lo spazio per poi buttarlo fuori senza mai liberarsene…

Esatto. Quando scrivo «Perdo treni» mi riferisco al giorno in cui io e Simone Cerulli dovevamo andare a Bologna per intervistare Franco Farinelli, un geografo conosciuto durante un incontro al MACRO, insieme a Piero Vereni. Io e Simone abbiamo perso il treno, da lì si è innescata una riflessione su quanto ti permea il posto in cui vivi. Io, ad esempio, prendo tanto la cadenza del luogo in cui mi trovo, da quando lavoro qui a Largo Mengaroni dico cose che non facevano parte del mio vocabolario. Si prende anche la postura: è vero che esiste una postura da Roma Nord e una da periferia.

Con i ragazzi del Lape ultimamente abbiamo assistito, nostro malgrado, a un atto sessuale simulato da alcuni ragazzini all’interno di un bagno a Tor Bella Monaca, episodio che assume due significati diversi a seconda del contesto culturale in cui ci si trova. A partire da questo, il nostro progetto di ricerca che inizierà quest’anno si propone di indagare il corpo e il modo in cui si muove nello spazio, in periferia. Parleremo della depilazione, dello sport, della cultura del fitness, il tutto connesso alla rivoluzione digitale. Nascere e crescere a Centocelle è diverso da nascere e crescere a Tor Bella Monaca, anche se a separarle ci sono pochi chilometri di distanza.

La cultura, dicevamo, ti plasma. Da una parte c’è l’essere umano che crea cultura e quindi in questo senso acquisisce il proprio spazio di autonomia, ma al contempo lei fa il suo lavoro quasi a prescindere da noi. Che rapporto c’è tra l’azione modellante della cultura e l’autodeterminazione?

Questa è la domanda della disciplina, che riguarda lo spazio di agency dell’individuo: quanto puoi andare controcorrente? Credo che la ricchezza sia nel tentativo di stare in più cose, perché soltanto così si raggiungono gli strumenti per capire quale strada si vuole intraprendere. Se nasci, cresci, muori in un posto, non hai gli strumenti per uscire da quel posto. Bisogna muoversi fisicamente e con la testa.

È anche vero che se ti rendi conto di essere immerso in un contesto cerchi di sfuggirgli, ma poi ti ributta giù. Parliamo di cose secolari, anche all’interno del contesto familiare è studiato che si tendono a reiterare le dinamiche conosciute. Il sistema culturale passa attraverso le generazioni e la psicologia e riuscire a fermarti, a dire «voglio altro», significa deviare dai binari. A Tor Bella Monaca questo implica che devi avere una quantità di risorse che arrivano nel momento in cui riesci ad avere un contatto con altro. È l’incontro che ti salva, anche con i libri o con i media. Internet ad esempio può essere una grande risorsa, oltre che una minaccia.

A proposito di incontri e opportunità che ti salvano, ci racconti qualcosa del posto in cui siamo: Cubo Libro?

È una biblioteca in cui tutti i libri vengono donati ed è l’unico spazio aggregativo aperto. È un percorso educativo importante e di socialità, perché la verità è che queste persone non hanno luoghi in cui socializzare. Al Polo Ex-Fienile, che è gestito dall’Università di Tor Vergata insieme all’Associazione 21 Luglio, si organizzano attività strutturate e molto politicizzate. Ai festival e alle conferenze il target non è lo stesso che abbiamo qui – non è necessariamente un male, anche questo esiste e anche i borghesi hanno diritto ad avere i loro luoghi in periferia.

Largo Mengaroni Giada Giorgi. Fotografia di Francesco Formica

Cubo Libro urla che esiste una cultura che può essere libera e accessibile a tutti, quindi se nasci a Tor Bella non sei destinato a passare le tue giornate su un muretto a farti le canne, c’è un’alternativa. Tante persone quest’estate si sono avvicinate alla biblioteca e la situazione è cambiata radicalmente: vedo bambini dalla mattina alle nove che non tornano mai a casa. Prima entravano qui e anche il modo di esprimersi era diverso, più aggressivo, ora dicono: «ciao», «per favore», «grazie». Questa parte di relazione era difficile, perché è vero che qui c’è una sottocultura che pensa che le cose si prendano con la forza, che fa figo fare il coatto.

Non nego la presenza di problemi di questo tipo, ma non c’è solo questo. I ragazzini crescono senza l’idea che esistono dei momenti, delle situazioni, dei contesti, dei freni e non riescono ad autocontenersi. Dietro ci sono storie terribili, perché questi sono luoghi in cui vivono soggetti che sono stati a loro volta bambini deprivati e hanno sofferto tantissimo, quindi la domanda che a un certo punto viene spontanea è: «perché si è deciso di prendere diecimila persone affette da disagio socio-economico e di metterle tutte insieme senza rendersi conto che si trattava di una bomba sociale?».

Quando ti ho chiesto in quale luogo ti sarebbe piaciuto incontrarci hai risposto subito «Largo Megaroni». Perché?

I protagonisti di Largo Mengaroni non sono Cubo Libro o il Fienile o il Chentro Sociale, ma le persone che ci transitano. Questa è l’unica piazza di Tor Bella insieme a piazza Castano, quindi per me è un punto centrale. È l’unico centro di aggregazione. Qualche giorno fa, camminando, pensavo: «ora che inizia a piovere chi si fermerà più qui?». Avevo vagheggiato l’idea di fare una tettoia enorme che coprisse tutto Largo Mengaroni, perché ci credo che debbano esistere degli spazi in cui la socialità accade. Non devi programmarla, fornisci soltanto l’occasione. Se devo scegliere un luogo ne scelgo uno in cui i protagonisti sono veramente le persone che ci abitano.

Gli abitanti del quartiere sono talmente tanto deprivati, anche solo di socialità e nonostante le Associazioni che tentano di sopperire al fatto che lo Stato ha creato dei quartieri lasciati all’incuria, che si spostano dovunque ci sia un’occasione. Hanno capito che il senso è evadere dai problemi, essere accolti in tutti i posti che ti accolgono. E se li prendono. In questo posto succede quella cosa che non accade più: il vicinato. Qualche giorno fa in piazza ho visto quattro mamme che avevano unito i tavoli per far fare i compiti ai loro figli insieme, perché c’era un luogo che lo permetteva. Dall’altra parte c’era Anin, una ragazza egiziana che non parlava una parola di italiano e da quattro mesi viene quasi tutti i giorni, che aveva fatto amicizia con una bambina. Questi sono traguardi per noi, ma non sono cose che faccio io. Le fanno loro dal momento che esiste uno spazio che lo consente.

Io sono nata a Torre Maura, ero sempre fuori e mi chiamavano “la figlia del bar”. Devo tanto al fatto che sono nata in un posto dove a casa mia non c’era mai nessuno. Quando mi è venuta a mancare questa parte mi sono resa conto di quanto mi elettrizzava e non averla, perché siamo in un sistema che ci ha chiuso nelle stanze, fa sì che posti come questo diventino importantissimi. Se in un luogo talmente deprivato perdiamo anche lo spazio di socialità e di mutuo-aiuto, perdiamo l’ultimo baluardo.