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Lavorare in un’impresa funebre. «Non ho più paura della morte, ho paura della sofferenza», Orietta Cecconi

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La società occidentale tenta inesorabilmente di allontanare il dolore, di cancellare la morte. Siamo convinti, però, che questo evento individuale capace di travolgere in un solo attimo una vita intera diventi comprensibile nel momento in cui riesce a trasformarsi in scenario collettivo. Quello che ci proponiamo è un compito arduo: raccontare l’indicibile attraverso le parole. Perché accarezzare la morte, in fondo, è uno dei tanti modi per possedere la vita.

Abbiamo contattato Orietta Cecconi, operatrice funebre e infermiera all’interno di una comunità terapeutico riabilitativa, con l’obiettivo di conoscere meglio il suo lavoro. Insieme a lei ci siamo confrontate sul valore della cura dopo la morte ed è emerso che «restituire dignità alle persone defunte» è un gesto altamente significativo per chi rimane in vita. Come ci dirà Orietta, il suo lavoro di assistenza e sostegno si rivolge tanto a chi muore quanto a chi resta. «A volte paragono questo lavoro a quello che facciamo con i malati psichiatrici fuori dalle comunità. Mi permette di riflettere molto e nutre la mia interiorità, fa maturare un pezzettino alla volta il mio animo. Lavoro per chi rimane ed è questo ciò che mi permette di restare».

Il lavoro dell’operatrice funebre

«Ho iniziato a lavorare come operatrice funebre casualmente per aiutare il titolare dell’impresa con cui collaboro, ma dopo i primi funerali mi sono resa conto che si trattava di un lavoro che andava al di là di quello che faccio come infermiera. Oltre all’organizzazione e alla parte burocratica prima del momento della tumulazione, mi occupo della preparazione della salma. Per questo ho seguito un corso di tanatoprassi estetica e curativa a Milano, anche se momentaneamente la legislazione non obbliga a possedere alcun titolo.

Il mio lavoro prevede delle fasi che si ripetono costantemente. Come prima cosa mi occupo di lavare la salma, indipendentemente da dove o come viene trovata, dopodiché procedo alla vestizione. In questa occasione i parenti chiedono spesso di essere presenti, sono loro a scegliere i vestiti, di solito quelli più utilizzati dalla persona defunta. È un modo per garantire continuità alla vita, a dispetto della fine. Dopo aver sistemato la salma nella bara inizia la preparazione del viso, per quanto possibile cerchiamo di ricostruire un viso sereno. Mi fermo quando il familiare mi dice: “adesso sembra lui”.

Il mio obiettivo è restituire dignità al defunto anche dopo la morte. Entro nella sua casa, mi faccio spazio nell’intimità dei suoi cari in un momento molto particolare ed è come se mi affidassero la persona che hanno appena perso. Ho continuato e continuo a fare questo lavoro perché sono nati dei legami veramente profondi con le famiglie che ho incontrato. Mi viene detto: “grazie per averci guidato, per non averci fatto soffrire oltremodo”. Questa per me è la spinta trainante. Ricordo la morte di una giovane donna, sono entrata nel luogo in cui viveva e insieme alle figlie abbiamo giocato a “Indovina Chi” con i ricordini riposti nel cassetto della loro casa. Ad oggi queste ragazze ripensano alla bellezza del momento nonostante la loro mamma fosse deceduta improvvisamente a trentasei anni. Spesso le amicizie continuano, mi sento parte integrante di un momento delicato della vita di qualcuno».

L’idea della morte cambia quando la si tocca con mano

«Il mio lavoro di infermiera mi mette di fronte persone con le quali lavorare, quando sono davanti a una salma metto in atto dei passaggi tecnici, ma mi prendo cura dei familiari. Continuo a fare l’infermiera con loro ed è proprio questo che di frequente riconoscono alla nostra impresa, si sentono guidati e supportati. Non annullo la mia indole infermieristica in queste occasioni, la uso per aiutare i parenti.

Da quando lavoro come operatrice funebre ho iniziato ad avvertire la paura della sofferenza, descritta nei minimi particolari dalle famiglie dei defunti. Ho toccato con mano l’idea che per raggiungere la morte tante volte si deve attraversare il dolore, per questo il mio ruolo di infermiera si è reso più difficile. Ad oggi non ho più paura della morte, ma ho paura della sofferenza. Bisogna lavorare per superarla, per elaborarla, ed è necessaria una grande forza d’animo. La morte, per me, è come un gatto che posso accarezzare, la sofferenza è un lupo dal quale mi viene voglia di scappare».

Modellarsi nel dolore dell’altro

«Al dolore degli altri non ci si abitua, ci si accomoda. Entro nel loro dolore e mi modello per non farmi male. Il legame più forte che è nato in questi anni è quello con la sorella di una donna morta a quarantasette anni insieme alla figlia di diciotto. Quando i funerali sono duri come in questo caso, soprattutto di fronte a giovani vite, mi siedo per un attimo e mi chiedo se è il caso di continuare. A volte non si ha voglia di portarsi avanti con i pensieri, di toccare con mano l’idea della morte dei propri cari.

Durante il funerale di una giovane ragazza ho scelto di portarla in chiesa con un carro bianco e la mamma, una volta entrate, mi ha detto: “grazie perché con questa macchina ho la sensazione di accompagnarla al suo matrimonio”. Mi sconvolgeva la sua serenità. In quei momenti inizi a spaventarti perché pensi che non sarai in grado di affrontare un momento così doloroso».

Saper dire la morte per elaborare il lutto

«Ho partecipato a dei gruppi dinamici di bioenergia dell’elaborazione del lutto in occasione della morte di mia madre. La cosa che mi ha stupito è che le fasi dell’elaborazione sono sempre le stesse per tutti, ma cambiano i tempi. C’è chi in due mesi riesce ad elaborare e chi ci impiega anni. Quello che ho appreso lo sto utilizzando per aiutare gli altri. Qualche giorno fa c’è stato il funerale di una giovane donna, il figlio ha voluto mettere le viti alla bara della mamma: è uno dei tanti modi per elaborare il lutto. In questi casi non esiste giusto o sbagliato, c’è soltanto la cosa idonea a quel momento e a quella persona.

Ai bambini spesso viene negata l’esistenza della morte, ma è un errore. Fino ai sette-otto anni sono molto materiali e al contempo hanno una fantasia spiccata, necessitano di concretezza non di frasi del tipo: “la mamma è diventata un angioletto”. Ricordo che dopo due mesi dalla morte della madre un bambino aveva iniziato a soffrire di forti cistiti delle quali non si comprendeva la causa, in realtà stava attirando l’attenzione perché voleva sapere dove fosse la sua mamma. Il lutto va fatto elaborare, toccare con mano, altrimenti il bambino rimane sospeso nel suo dolore».

La scelta di restare

«La cosa che si ripete sempre per i familiari è la difficoltà a gestire le persone, spesso mi chiedono di non mettere i manifesti. È come se volessero proteggere il loro dolore. Altrettanto di frequente mi chiedono di mandare via le persone dalla camera ardente, soprattutto quando la morte si verifica in seguito a una malattia. Il pensiero è: “domani nessuno si ricorderà più, sarò sola”. Io do forma alle loro richieste e cerco sempre di lasciare i familiari più stretti da soli nel rispetto della loro intimità.

A volte paragono questo lavoro a quello che facciamo con i malati psichiatrici fuori dalle comunità. Mi permette di riflettere molto e nutre la mia interiorità, fa maturare un pezzettino alla volta il mio animo. Oggi, grazie a quello che faccio, non mi fermo più all’apparenza ma cerco di capire chi ho di fronte prima di agire e di parlare. All’inizio ho avuto grandi difficoltà perché le persone pensavano che, essendo una donna, non potessi essere in grado di lavare una salma, vestirla o trasportare una bara. Adesso molte imprese funebri assumono delle donne e spesso vengo chiamata dai familiari delle persone defunte. Quando incontro le famiglie chiedo come si sentono, cosa si aspettano e mi dicono: “vogliamo dare una degna sepoltura”. Spesso si creano dei legami e insieme ricostruiamo la vita delle persone che sono venute a mancare. Lavoro per chi rimane ed è questo ciò che mi permette di restare».