drag come arte performativa

Il drag come arte performativa. «È l’arte di comunicare attraverso la trasformazione tangibile»

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin

Insieme a Riccardo abbiamo parlato del drag come arte performativa che, nel tempo, ha sviluppato un linguaggio proprio, una specifica modalità espressiva. Riccardo nei suoi spettacoli diventa Ava Hangar e ci ha spiegato che queste due anime «esistono indipendentemente, ma sono totalmente incastrate tra loro».

La nostra chiacchierata è stata utile per comprendere cos’è il drag e decodificare il messaggio politico di cui questa forma d’arte si fa portavoce. Elemento centrale è il corpo – il corpo modificato –  veicolo primario per affermare la propria presenza all’interno di un universo che tenta di accorciare le distanze tra l’ordinarietà e la straordinarietà, perché «le Drag Queen sono i supereroi e le supereroine degli esseri umani. Sono i guardiani e le guardiane della non normalità».

Chi sono le Drag Queen?

Le Drag Queen sono certamente dei personaggi di fantasia, in ogni caso credo sia importante estendere il discorso al drag inteso come linguaggio e arte performativa. Il drag non include solo le Drag Queen ma chiunque scelga di utilizzare quella forma di espressione che ha un suo vocabolario specifico, delle modalità proprie. Questo linguaggio, tra l’altro, veicola spesso una narrazione politico-sociale e di denuncia.

Per me il drag è l’arte di comunicare attraverso la trasformazione tangibile – una trasformazione legata al ribaltamento e all’annientamento del concetto di binarismo – e di evidenziare l’unicità dell’essere umano. Le Drag Queen sono i supereroi e le supereroine degli esseri umani. Giocano tanto sull’accentuare delle caratteristiche che possono essere fisiche o di apparenza, elevandosi rispetto alla quotidianità. Sono i guardiani e le guardiane della non normalità, dello straordinario.

Un tempo le donne non potevano recitare a teatro e gli uomini si calavano nei loro panni, dopodiché il drag come arte performativa ha continuato ad evolversi. Qual è il significato politico che assume oggi?

Il drag è un forte statement politico di per sé, solo la rappresentanza drag è già un atto politico.  Proporre il proprio drag in un ambiente pubblico, che è legato a delle norme prestabilite, è di per sé politico. Col drag si afferma che non esiste solo ciò che la normalità egemone ci impone, anche altre rappresentazioni sono parte del mondo e chiunque deve essere libero di rappresentare se stesso come vuole.

Il drag fa tutto questo utilizzando un volume altissimo, esprime questo messaggio urlando e lo fa attraverso le performance. Il nodo centrale sta nel fatto che non c’è un’unica maniera di esistere, perché nessuno può decidere come le persone debbano essere né sul piano sociale né su quello politico. Non si tratta tanto di scardinare le regole quanto di sottolinearne l’inutilità, il poco senso.

Come e perché hai iniziato a esibirti?

La mia pratica performativa prima di iniziare a fare drag è sempre stata il circo contemporaneo, solo che è tanto difficile da gestire logisticamente: non puoi fare uno spettacolo di circo in un locale e in più ha bisogno di grandi numeri, grandi spazi, di una tecnica precisa. Volevo qualcosa che fosse piccola, trasportabile, che raggiungesse direttamente le persone e che fosse mia, non dipendente da altri, perché con il circo ci si muove sempre in compagnia. Volevo trovare una forma di espressione più personale.

L’ho trovata nel drag, anche perché per me è sempre stato un ottimo veicolo di messaggi e punti di vista che potessero influenzare o ispirare le altre persone. Non dico di essere un attivista perché non lo sono, però porto la mia testimonianza attraverso la quale cerco di ispirare le persone. Questa è una cosa che le drag fanno, sono un ponte tra la comunità LGBTQIA+ e il resto del mondo: chi fa drag, utilizzando un linguaggio performativo, si rivolge a un pubblico ampio e se ci si pone l’obiettivo di far passare determinati messaggi è sicuramente una conquista in più.

drag come arte performativa Ava Hangar. Fotografia di Federico Lotti

Un tempo il drag era usato perché le donne non potevano performare o come qualcosa di esotico nei cabaret di inizio Novecento, dove il trasformismo si basava sull’illusione della sessualità. Storicamente, poi, ha assunto un altro significato finché negli anni Quaranta, quando sono nati i primi locali gay clandestini a San Francisco, l’intrattenimento era tutto ad opera delle Drag Queen. Quello è l’atto di nascita del drag come lo intendiamo oggi.

Hai pubblicato un video sul tuo profilo Instagram in sostegno di alcune artiste alle quali è stato impedito di esibirsi dal Comune di Piacenza. Qual è, secondo te, la paura che affligge chi contrasta il drag come forma di espressione artistica?

A me farebbe quasi più piacere se fosse paura e non propaganda, perché in fondo si tratta di questo. Queste azioni, in una società così populista, non sono altro che dei piccoli atti di propaganda costante che premono il pedale sull’ignoranza delle persone. Anche l’ostruzionismo al  ddl Zan, a ben vedere un disegno di legge basico e una microparte di ciò di cui ci sarebbe bisogno in Italia, non avviene a mio parere perché si pensa che sia davvero deleterio, è una questione di propaganda.

Non dimentichiamo che siamo in una società capitalista, quindi il mercato è ciò che, purtroppo, anche in campo politico funziona meglio. Se devo vendere un prodotto non mi faccio nessuna remora rispetto ai metodi che utilizzo, dunque anche censurare delle Drag Queen è un modo per far sì che la gente ne parli. Il che fa danni, ma al contempo permette al discorso di emergere in superficie.

Gli organizzatori di questo evento hanno preparato un flash mob di protesta il 31 luglio, dopo due settimane dall’accaduto. Secondo me questi sono tempi in cui non possiamo più permetterci di portare a casa capre e cavoli, se riceviamo un’ingiustizia la reazione non deve essere violenta ma immediata e forte: se fosse successo a me il giorno dopo sarei sceso in piazza. Mi piacerebbe che ci fosse un ritorno a questo tipo di contestazione, adesso ci si indigna sui social ma questa forma di risentimento lascia il tempo che trova. Se contesti qualcosa di incontestabile come uno spettacolo drag, il giorno dopo la piazza deve essere piena di Drag Queen. A volte vedo troppo manierismo di fronte alla violazione di alcuni diritti di base.

Sui social si creano delle bolle, si dialoga tra persone alleate. Io vorrei che alcuni messaggi arrivassero a chi la pensa diversamente da me e questo non accade mai. In un’epoca così individulista mi piacerebbe tornare a una forma di attivismo di piazza. I social e il Covid hanno allontanato le persone per cui un modo, molto più laborioso ma non impossibile, di far cambiare idea e opinione alle persone è comunicare con loro direttamente senza imporre il proprio punto di vista. Con lo spettacolo drag spesso accade.

Fare drag è un’arte. Che ruolo assume il corpo nei tuoi spettacoli?

Il corpo è il veicolo con cui mi esprimo – il corpo modificato – dunque è una maschera che diffonde un determinato tipo di messaggio e di narrazione, anche fisica. Il corpo nel drag a mio modo di vedere è il primo passaggio, l’affermazione della propria presenza. È ciò che si percepisce per primo ed è un corpo modificato secondo la mia visione, quindi ad emergere è anche un messaggio di consapevolezza e di padronanza di sé.

Il mascheramento può essere considerato un espediente per diventare altro da sé, talvolta  una fuga. Dall’esterno mi sembra che il drag sia più un modo per essere pienamente e liberamente se stessi. È così?

Interpretare un altro personaggio, che alla base non siamo noi, è un momento forte per capire chi siamo veramente una volta ritornati a noi stessi. Ava mi ha aiutato per scoprire tante cose di me che tenevo nascoste o non capivo o non consideravo.

Ava è un personaggio che mi appartiene e Riccardo è una persona che appartiene ad Ava, non sono scindibili queste due anime. Esistono indipendentemente, ma sono totalmente incastrate tra loro.

L’universo drag ha raggiunto una fetta più larga di pubblico attraverso il RuPaul’s Drag Race. Cosa pensi di questo tipo di rappresentazione?

Programmi o eventi come quello di Ru Paul sono fondamentali per portare in superficie determinate cose perché questo fenomeno, non possiamo negarlo, ha reso il drag molto più mainstream. Dovrebbe essere un punto di partenza per poi espandere la propria conoscenza, se ci si ferma lì è come vedere solo la punta di un iceberg quando in verità sotto c’è tutto un mondo, oltre a una storia e a una cultura. Quindi se è un veicolo per approfondire va benissimo, purché non si dimentichi che stiamo parlando di un programma di tv.

La fotografia in copertina è del fotografo Andrea Macchia

 

Leggi anche: Nel racconto dei corpi maschili «cerco di decostruire l’idea di mascolinità egemone», Guy Overboard