corpo indomito

Storia di un corpo indomito. «Non siamo la porzione di spazio che abitiamo»

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Quella di Sara è la storia di un corpo che non ha bisogno di altri occhi per esistere, ma che allo stesso tempo lotta contro l’invadenza dello sguardo altrui. È un corpo che ha tentato di scomparire, di occupare meno spazio, di sussurrare il proprio diritto all’esistenza. È un corpo indomito che ora è in grado di esprimere con voce ferma la sua libertà di essere ed esserci, infatti «ero ossessionata da ciò che le persone avrebbero potuto pensare vedendomi, ma oggi so che il giudizio degli altri è effimero perché sono io la persona con la quale dovrò convivere per tutta la vita. Non siamo la porzione di spazio che abitiamo».

Il peso dello sguardo altrui: «mi sono resa conto che le persone ti ascoltano di più quando hai una forma fisica che rispetta i loro canoni di bellezza, di corpo»

Il rapporto di Sara con il suo corpo è cambiato nelle varie fasi della vita. Da sempre lo specchio le restituisce un’immagine alla quale non fatica a voler bene, ma il confronto con le persone è stato causa di forti insicurezze, soprattutto durante la fase adolescenziale. «Ho iniziato a ingrassare dai dieci anni in poi, ma non mi è mai pesato molto, almeno fino all’adolescenza: le mie amiche erano tutte magre e io ero l’unica ad avere delle forme diverse». Tra i tredici e i sedici anni, quando perdeva e metteva peso, il problema di Sara risiedeva nello sguardo altrui, nelle parole ferme e decise di chi era convinto di sapere quale fosse la chiave del suo benessere.

«I problemi arrivano quando mangio con altre persone. Se sei normopeso nessuno si preoccupa della tua alimentazione, se hai una fisicità diversa invece le persone sono attente a tutto ciò che mangi. Mi è successo proprio ieri sera: ho ordinato del sushi e poi una porzione di patatine, quando l’ho fatto le persone che erano al tavolo con me si sono preoccupate perché pensavano che stessi mangiando troppo poco. Troppo poco rispetto a cosa, mi viene da pensare?

Tutti si aspettano che prenda la pizza più grassa sul menu, oppure che ordini più volte. Quando vengo messa in relazione a qualcun altro inizio a pensare che dovrei fare una dieta o muovermi di più, in modo da essere accettata. Oggi è un privilegio essere magre e purtroppo qualcuno, trattandoti come una specie rara da proteggere, non se ne rende conto. Se mi guardo allo specchio non mi sento grassa, non mi sento sbagliata, non mi sento meno bella di una persona normopeso».

corpo indomito Sara Masi. Fotografia di Martina Lambazzi

Dopo un’operazione, otto anni fa, un medico ha spinto perché iniziasse una dieta con l’obiettivo di perdere peso. E così è stato. Quei diciotto chili in meno si traducono in parole all’apparenza più morbide, ma pur sempre indiscrete. Finalmente Sara, per gli altri, aveva guadagnato la legittimità ad occupare uno spazio – «sei bellissima», «qualche altro chilo e saresti perfetta», «ora sì che stai benissimo» – così tutto suggerisce che il corpo non è mai affare del singolo, al contrario si tratta di una merce esposta al giudizio implacabile di chi avanza interpretazioni non richieste.

«Da quando vado in terapia ho acquisito delle consapevolezze, ho realizzato che il mio corpo è abituato a occupare un certo spazio e quando dimagrisco più di quanto la mia psiche riesca a sopportare va in cortocircuito. Non si riconosce più. Con il senno di poi ho capito perché quando sono dimagrita non riuscivo a riconoscermi nella mia fisicità. Nel momento in cui ho iniziato a riprendere peso tutto è iniziato ad andare meglio, nonostante gli standard ai quali la società in cui viviamo chiede di conformarci».

La logica fallace della norma: «automaticamente se sei in sovrappeso gli altri pensano che tu ti senta a disagio nel corpo in cui abiti, ma non è sempre così»

Avere un corpo magro ai tempi del liceo sembrava rappresentare la soluzione ad ogni male, ma alle volte ci si accorge di rincorrere desideri imposti. Per Sara, a un certo punto, approdare al suo “peso forma” era diventata un’ossessione, finché non si è fatta strada una domanda: quanto le avrebbe fatto bene raggiungere questo obiettivo? «Dimagrendo e ingrassando continuamente ho sviluppato un disturbo del comportamento alimentare. Ammetto di non mangiare bene: molte volte salto i pasti oppure mi abbuffo e poi salto la cena. Quando ho perso peso a scuola mangiavo tantissimo, ma in quel momento nessuno veniva a dirmi di ridimensionarmi. Ero legittimata a farlo in quanto magra».

corpo indomito Sara Masi. Fotografia di Martina Lambazzi

In fondo Sara si è sempre chiesta quale posto avrebbe dovuto occupare per gli altri. Secondo la commessa del negozio in cui compra i vestiti «ci vorrebbe una taglia in più», le rappresentazioni dei corpi con le quali è cresciuta invece sono così poco autentiche da generare la frustrazione di non poter essere all’altezza di quel canone, diventato ormai prescrittivo ma paradossalmente irrealizzabile. Porre una norma in relazione al corpo ha influenzato la sua quotidianità, tanto che «per un bel po’ di tempo andare al mare o in piscina e poter incontrare persone che mi conoscevano era sinonimo di ansia. Mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Come se nel momento in cui mi fossi messa in costume gli altri si sarebbero resi conto che non ero magra».

La svolta è arrivata intorno ai vent’anni, quando «mi sono stancata di struggermi per qualcosa che posso cambiare fino a un certo punto. Il corpo non è mai statico. Per me fare una dieta era diventato un motivo di stress psicologico, qualcosa che facevo controvoglia. Le persone mi dicevano che dopo tanti sacrifici sarebbe stato un peccato buttare via tutto. Non è possibile, per loro, sentirsi semplicemente bene con se stesse. Questo distrugge chi ha una forma fisica che non rispetta i canoni imposti, perché se da loro non arrivassero commenti inopportuni non mi sentirei a disagio».

Il rapporto ambivalente con la danza: «non riuscivo a sentirmi in pace. Fare determinati movimenti in pubblico mi causava delle vere e proprie crisi di pianto e ho attraversato una fase in cui non mi sentivo bene nel corpo che abitavo»

La danza ha fatto parte della vita di Sara sin da piccolina, quando voleva ballare hip-hop per nascondere il suo corpo dietro abiti considerati maschili, poi è arrivata la proposta da parte della sua insegnante di cimentarsi con un nuovo stile.

«Mi sono ritrovata per caso a fare videodance ed è stato un percorso particolarmente pesante, perché si richiede una consapevolezza molto forte del proprio corpo. Quando ho iniziato, a quindici anni, non ero per niente consapevole. Tornavo a casa e piangevo sotto la doccia perché il mio essere fisicamente ingombrante e il fatto di avere delle compagne di corso magre mi faceva sentire inappropriata. Pensavo di non avere il fisico adatto. Poi sono iniziate le ricerche su internet e ho scoperto che di ballerine con corpi cosiddetti non conformi che fanno videodance ce ne sono a bizzeffe».

corpo indomito Sara Masi. Fotografia di Martina Lambazzi

Nonostante la competizione pressante la danza è sempre stata un grande amore, nulla sembrava abbastanza per farla smettere. «Quel mondo è estremamente competitivo. Durante le gare mi sentivo osservata e additata dalle altre insegnanti, infatti la mia prima borsa di studio ha generato malumori: tutti mi consideravano una raccomandata. Ho visto squali grandi mangiare pesci piccoli e questo ha influito sul mio carattere, in parte mi ha incattivita».

Il pudore e il patriarcato: «avevo paura di essere giudicata per il modo in cui mi muovevo, che non era considerato adatto a una donna»

Il pudore è una creatura della società patriarcale. Alle donne si richiede di occupare uno spazio limitato, di parlare a bassa voce. L’unica cosa importante è non risultare sconvenienti. «Avere un seno grande mi faceva sentire a disagio perché quei movimenti a causa del mio corpo, nella mia mente, risultavano volgari. Stavo combattendo una battaglia interiore: da un lato ero a disagio per il fisico, dall’altro mi sentivo giudicata in quanto donna – anche da mio padre banalmente. Quando fai delle cose che cozzano con la tua immagine percepita gli altri non riescono a scindere, ti giudicano per quella singola cosa. Essere donna contava tantissimo».

Amare qualcosa e non sentirsi all’altezza. Confrontarsi con l’idea che solo cambiando forma si conquisterà la sospensione di quel giudizio che ti rende inappropriata. «Quando sono dimagrita nella mia testa è scattato un interruttore e ho pensato che avrei potuto permettermi di fare anche movimenti più spinti, quelli che prima mi facevano sentire a disagio. In realtà non mi sentivo bene con il mio corpo, perché ero dimagrita più di quanto la mia psiche potesse sopportare e non capivo più come occupare gli spazi. In quel periodo studiavo per la maturità, quindi questa era una fonte ulteriore di stress e anche la danza, la cosa che mi faceva sentire meglio al mondo, non mi stava aiutando: non riuscivo a sentirmi in pace».

Liberarsi dai condizionamenti: «a volte mi sento il numero che sta sulla bilancia, il corpo che abito, come se le persone non riuscissero a guardare oltre»

L’idea di raggiungere una forma fisica che rispetti gli standard proposti dalla società ci condiziona, anche se quei canoni sono soggetti a mutamento. Alle volte il cibo, il corpo, si trasformano in imperativi morali che tentano di suggerire qualcosa in merito all’essenza della persona. «Nel momento in cui gli altri contano i biscotti che ho nel piatto, o quando mi viene proposto di mettermi a dieta, mi sento come se fossi io a non impegnarmi abbastanza. La responsabilità è tutta mia e di quello che mangio».

corpo indomito Sara Masi. Fotografia di Martina Lambazzi

Pensare di essere nata nell’epoca sbagliata, andare nel panico ogni volta che le piace qualcuno convincendosi di poter essere soltanto un’amica a causa del suo corpo: queste e tante altre, per Sara, le esperienze da rielaborare per afferrare quelle sicurezze che fanno parte di un processo di liberazione dai condizionamenti imposti dall’esterno. La cosa importante, ci tiene a ricordarlo, è che ognuno di noi esiste a partire dal proprio corpo, un corpo intrinsecamente degno di rispetto ma al contempo capace di decentrarsi, di acquisire sempre nuovi significati e anche di perderli, perché «oltre quel numero sulla bilancia c’è tanto altro. C’è una mente pensante».