comunità terapeutiche

Comunità terapeutiche. Filippo Morabito racconta la Romolo Priori: «la cura è la possibilità di riappropriarsi dei propri spazi»

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin

Parlare di salute mentale vuol dire confrontarsi inesorabilmente con lo stigma. Nel tempo le persone con disturbi psichici sono state chiamate in molti modi – «folli», «devianti», «alienati» – mai con il loro nome proprio. La scelta di entrare nelle comunità terapeutiche con l’obiettivo di raccontarle porta con sé un proposito ben definito: prestare ascolto alle parole che l’altro sceglie per comunicare sé stesso e il proprio mondo, dialogare con chi sa restituire la forma autentica del luogo che ha imparato a conoscere.

Abbiamo incontrato Filippo Morabito, Responsabile della Comunità Romolo Priori e della Struttura Complessa che si occupa di comunità riabilitative, centri diurni e appartamenti condivisi, nonché Direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Patologie da Dipendenza della Asl di Frosinone, per provare a comprendere il senso del percorso di cura strutturato all’interno delle comunità terapeutico-riabilitative. Recuperare la propria dimensione di vita al di fuori della struttura, creare rete con il terzo settore per far sì che la società diventi inclusiva, immaginare degli spazi supportati e supportanti: queste le condizioni necessarie al ripensamento di una società che permetta a ciascuno di essere nel mondo sentendosene parte.

«Noi abbiamo delle competenze che sono specifiche, ma chi lavora nell’ambito della salute mentale deve essere anche un tecnico di rete, che misura la propria capacità di curare con la capacità di entrare in contatto con il mondo. Dobbiamo fare in modo che le persone accolte in questi servizi possano aumentare la loro capacità di essere nel mondo e di essere accolte dal mondo. Ciò diventa possibile soltanto se si costruiscono dei percorsi di cura integrati con la dimensione sociale».

Come è strutturata la comunità Romolo Priori?

Questa è una comunità terapeutica che nella Regione Lazio è definita come struttura residenziale terapeutico-riabilitativa di tipo estensivo. Le strutture residenziali per persone che soffrono di disturbi psichici sono graduate a seconda dell’intensità dei trattamenti, per cui oltre a quelle intensive ed estensive esistono anche le strutture socio-riabilitative, che hanno un grado d’intensità di trattamento minore. La Romolo Priori è stata aperta il 31 dicembre 1997. È nata subito dopo la chiusura dell’ospedale psichiatrico di Ceccano, che all’epoca veniva chiamato con un termine orrendo: «residuo manicomiale». I primi ospiti erano persone anziane, le quali non potevano essere dimesse dall’ospedale perché non avevano una rete familiare che consentisse loro di vivere al di fuori di una struttura che le accudiva. Altre persone, invece, sono andate a vivere in degli appartamenti creati nello stesso periodo.

Gli ospiti di questa struttura vengono accolti a seguito delle segnalazioni da parte dei Centri di Salute Mentale all’Unità Valutativa Multidisciplinare, che valuta la congruità della richiesta. Dopodiché arrivano in comunità terapeutica dove dovrebbero rimanere per un periodo relativamente breve, circa due anni, per poi essere dimessi. Questa comunità, in effetti, ha una strutturazione di tipo socio-riabilitativo, ciò vuol dire che si portano avanti attività volte a ridefinire la condizione delle persone rispetto ai loro vissuti e soprattutto alla rete di relazioni che hanno all’esterno. Cerchiamo di lavorare con le famiglie, quando ci sono, e con i contesti, provando a recuperare una dimensione di vita, laddove possibile, fuori dall’istituzione comunitaria, fornendo l’opportunità di sperimentarsi anche in ambito lavorativo e nella dimensione abitativa propria.

Quali sono le attività che avete proposto nel tempo?

È importante dire che si tratta di attività concordate il più possibile con gli utenti. C’è questa strana convinzione che nelle comunità terapeutiche si debbano proporre una serie di iniziative volte a riempire il tempo senza fornire una dimensione che appartenga al vissuto personale di ognuno. Noi pensiamo che le attività debbano svolgersi, possibilmente, al di fuori della struttura. Ricordo un progetto, tra gli ultimi prima del Covid, portato avanti insieme a un’associazione che si occupa di cinema, grazie al quale gli ospiti di questa comunità e di altri servizi hanno avuto la possibilità di frequentare un corso di Storia del Cinema con il contributo di professionisti del settore, oltre a cimentarsi nella creazione di abiti di scena e nella realizzazione di un film, successivamente proiettato. In più sono anni che, assieme a un’associazione bocciofila, i ragazzi si sperimentano proprio nel gioco delle bocce, tra ottobre e novembre parteciperanno a un torneo con una squadra.

comunità terapeutiche Il Responsabile della comunità Romolo Priori Filippo Morabito. Fotografia di Francesco Formica

Le prime comunità terapeutiche, di fatto, sono state pensate come superamento dell’istituzione manicomiale istituendo un luogo dove l’impostazione gerarchica venisse superata da una relazione orizzontale, uno spazio in cui gli utenti avessero possibilità di scelta. In Italia le esperienze comunitarie sono iniziate in Friuli con Basaglia, che aveva già proposto il paradigma comunitario all’interno dell’ospedale psichiatrico all’inizio degli anni Settanta. Il pensiero alla base va dalla possibilità della cura al concetto di libertà a quello di democrazia, nonché di malattia, in un percorso complicato nel quale si scontrano varie istanze. La cura, nello specifico, è la possibilità di riappropriarsi dei propri spazi e della propria vita in un contesto accogliente e questo lascia molto spazio ai determinanti sociali della salute, come sottolinea anche l’OMS. Io che ho lavorato in ospedale psichiatrico sognando che venisse chiuso, come poi è successo, adesso penso che sarebbe bello, un giorno, superare le comunità terapeutiche.

Qual è l’alternativa alla comunità?

Non penso a una chiusura totale, ma immagino la sua presenza per un percorso molto limitato e temporaneo. Il problema è che per una serie di persone che presentano dinamiche intrapsichiche e relazionali molto complicate la comunità terapeutica diventa un punto di passaggio per un’altra comunità, e poi un’altra ancora, senza che questo processo di cura abbia mai fine. L’alternativa è lavorare moltissimo sul territorio e fare rete con il terzo settore, perché se la società non diventa inclusiva e quindi non lascia spazio a chiunque per vivere secondo le proprie possibilità questo proposito non si realizzerà mai. Noi professionisti sanitari abbiamo delle competenze specifiche, ma chi lavora nell’ambito della salute mentale deve essere anche un tecnico di rete, che misura la propria capacità di curare con la capacità di entrare in contatto con il mondo. Dobbiamo fare in modo che le persone accolte in questi servizi possano aumentare la loro capacità di essere nel mondo e di essere accolte dal mondo. Ciò diventa possibile soltanto se si costruiscono dei percorsi di cura integrati con la dimensione sociale. E potrà accadere soltanto se le cose si fanno.

Nel momento in cui abbiamo aperto gli appartamenti, molti anni fa, abbiamo incontrato grandissime difficoltà a trovare qualcuno disposto ad affittarli, ma le persone che vivono lì da decenni ormai hanno modificato anche il sentire del quartiere rispetto alla salute mentale. Se inizialmente ci si scontrava con l’idea che il malato mentale fosse “matto” e quindi da tenere separato perché disturbante, adesso non è più così. Racconto un episodio riportatomi da un’assistente sociale: un giorno d’estate alcune persone che vivevano all’interno di uno di questi appartamenti erano sedute fuori, in un vicolo chiuso dove le macchine passano solo per parcheggiare, e parlavano con un ragazzino che girava lì intorno con la sua bicicletta. A un certo punto esce la mamma del bambino e gli dice: «sto andando a comprare il pane, ci metto cinque minuti», poi si rivolge a queste due persone, ai cosiddetti matti, dicendo: «mi raccomando, dategli un’occhiata». Ecco, questa è la dimostrazione che se si fanno delle cose cambia anche il sentire. Credo che il lavoro portato avanti nel sociale per creare la rete migliori anche la capacità del contesto di accogliere la diversità.

Delle persone che hanno un disturbo psichiatrico se ne sente parlare spesso e assumono tanti nomi diversi: «folli», «devianti», per dirne due.  Chi sono, in realtà, queste persone?

Noi ci occupiamo di persone che, dal punto di vista nosografico, sono affette da disturbi psichici e presentano una patologia grave che in qualche maniera destruttura il loro mondo, la loro personalità. Vivono il mondo, a volte, come pericoloso e minaccioso, è come se si sentissero emarginati e incapaci di incidere sulla loro vita, bloccata da questa condizione psicopatologica. In una società come la nostra dove tutto viene legato alla capacità di essere produttivi, quindi di lavorare con un’asticella che si alza sempre di più, queste persone hanno una grande difficoltà ad affrontare la vita in un contesto così richiedente. Nulla si pensa sulla base della richiesta della capacità di stare al mondo attraverso la relazione: posso essere incapace ad avere delle relazioni ma assolutamente bravo nel mio lavoro, questo non mi metterà mai in grande difficoltà se non a livello personale in qualche modo.

Bisogna pensare a una società che possa dare spazio, rappresentatività, parola anche a chi non è così prestazionale rispetto agli standard attuali che, tra l’altro, cambiano a seconda dei modelli culturali. Anche l’espressione fenomenologica della patologia stessa si modifica rispetto al contesto culturale e alle abitudini: all’inizio del Novecento era pieno di isteriche, io in trentacinque anni di professione avrò fatto una diagnosi di isteria. In quel periodo storico la donna muta, silenziosa, non poteva certo dire di avere un disagio e lo convertiva in un disturbo somatico. Non c’era lo spazio culturale perché la parola desse segno del proprio malessere. Oggi ci sono molte più diagnosi di depressione, di ansia, di disturbo ossessivo compulsivo: è cambiata, dunque, l’espressione della patologia.

comunità terapeutiche Filippo Morabito e Alessia Lambazzi. Fotografia di Francesco Formica

I modelli culturali accolgono meno il disturbo, sono meno capaci di considerarlo come qualcosa che appartiene a noi tutti. L’idea che il disturbo psichico non appartenga ha determinato l’istituzione del manicomio, la segregazione. Questo accade ancora oggi, ecco spiegata la ragione per la quale si potrebbe pensare alle comunità come dei manicomi diffusi. Non è così, perché non c’è lo stesso spirito del manicomio: le porte sono aperte, c’è una continua commistione tra dentro e fuori. Le comunità terapeutiche dovrebbe essere un pezzo – più breve possibile – del percorso di cura di una persona con un disturbo psichico grave. Se il periodo di permanenza si allunga dipende dal fatto che sul territorio mancano le condizioni di supporto, perché gli ambienti supportati hanno il loro senso. Noi abbiamo ospitato una persona in comunità che tutte le mattine prendeva il pullman, si faceva sei ore di lavoro in fabbrica, riprendeva il pullman e tornava qui. Era una persona che si sentiva esclusa e pensava che gli altri ce l’avessero con lei sempre e comunque. Oggi, dopo un’esperienza di ripensamento di sé nel mondo, questa persona vive da sola. Questo perché la possibilità di sperimentare il possibile modifica questo pensiero. Non è che la patologia non esista, ma si cura anche con l’esperienza di possibili e diversi modi di relazionarsi con gli altri e con il mondo.

La Romolo Priori è una comunità terapeutico-riabilitativa. Cosa vuol dire riabilitare una persona?

Dopo tanti anni, non lo so. C’è chi parla di riabilitazione e chi parla di abilitazione: per alcuni, di fronte a un disturbo così profondo, è come se non si fossero mai acquisite abilità. Io mi sono occupato di riabilitazione a metà degli anni Ottanta, quando all’Università di Verona veniva il professor Spivak, un famoso psichiatra, il quale sosteneva che con i pazienti psichiatrici dobbiamo accontentarci di prendere un tè insieme all’inizio. Creare un clima di fiducia e di relazione, che faccia intendere all’altro che io ci sono, è il primo gradino per entrare in contatto con il mondo di queste persone. Un mondo complesso e destrutturato, di grande sofferenza anche.

Spivak diceva un’altra cosa molto interessante sulla profezia che si autoavvera: se penso che la tua malattia sia incurabile, se i tuoi familiari pensano che la tua malattia sia incurabile, se anche la società pensa la stessa cosa, allora tu sei incurabile. Aveva descritto quella che si chiama la spirale di Spivak. Il nostro orizzonte di vita è come un cerchio: se ci colpisce una delusione questo orizzonte diventa più stretto, se arriva un insuccesso, poi, si stringe ulteriormente fino a diventare quasi un unico punto. In questo modo si arriva a un’impossibilità di esprimersi se non attraverso quella che gli altri interpretano come stranezza e mai come una condizione di vita che può cambiare. La riabilitazione va pensata con la persona, non posso essere io il riabilitatore. Deve esserci un continuo dialogo tra necessità e possibilità, tra possibilità e libertà. Nell’ambito di una concezione scientifica si definisce chi fa cosa in un percorso validato e condiviso, ma la riabilitazione va ridefinita sempre sulle necessità e sui bisogni veri della persona.

Che ruolo ha lo psichiatra?

La psichiatria è quello che si fa, dal punto di vista scientifico, per curare i sintomi del disturbo psichico. In salute mentale però non si può ragionare soltanto in base al sintomo, esiste anche la relazione. Bisogna chiedersi: «la relazione è stata modificata soltanto dal sintomo o era minata da altri problemi?». Gli psichiatri per anni sono stati deputati al controllo, è una specie di delega che la società ci dà. È difficile far coincidere la cura con il controllo ma queste aspettative ci sono ancora, si vede dai telegiornali. Se una persona esce per strada e spara, senza apparente motivo, la domanda è: «che hanno fatto gli psichiatri?». L’idea che la psichiatria debba controllare tutte le devianze è una visione limitativa della salute mentale, che al contrario ha bisogno di investimenti importanti e di una grande capacità di ascolto per funzionare all’interno di un territorio. Con la legge 180 una persona non viene più ricoverata perché pericolosa, ma perché sta male. Ed è una differenza sostanziale.

Cosa accade, ad oggi, quando una persona non può più stare in comunità?

Le opportunità sono varie. Quando una persona non può più stare qui viene trasferita in una struttura socio-riabilitativa, a minor indice di protezione, a volte torna a casa oppure esistono gli appartamenti condivisi. Questa azienda ha presentato un progetto molto articolato su quest’ultima possibilità, io stesso ci ho lavorato tanto. Per alcuni pazienti vivere in appartamenti condivisi con una presa in carico che non sia soltanto dei servizi, ma anche del sociale, consente di sperimentarsi in una vita possibile, di appropriarsi di uno spazio personale. Questo accade semplicemente stando fuori da una struttura che è un’istituzione: le persone che vivono in appartamento hanno amicizie nel quartiere, tanto che se per brevi periodi hanno l’esigenza di tornare in comunità il vicinato chiede di loro. È come se le sentissero parte di quella condizione di vita, di quella situazione relazionale ampia che è il quartiere.

comunità terapeutiche Il Responsabile della comunità Romolo Priori Filippo Morabito. Fotografia di Francesco Formica

Andare verso un progressivo ampliamento della capacità di co-gestire il disturbo, non con gli attori propri della salute mentale ma del territorio, è la strada che conduce verso una ulteriore de-manicomializzazione. Se si ragiona in termini economici – e bisogna pur farlo – ci si rende conto che si spenderebbe di meno nella progettazione di una vita possibile fuori piuttosto che dentro, da costruire con l’apporto sostanziale della persona e della famiglia che le sta accanto. È come se il territorio, dopo la fine del manicomio dove l’altro veniva marginalizzato, fosse capace di pensare a un percorso di ri-inclusione all’interno di sé.

Quando parliamo di disturbi psichici, cosa si intende con il termine “guarigione”?

La recovery è un concetto complesso attraverso cui non si fa altro che pensare al miglior modo possibile di vivere la propria vita con il proprio disturbo. Dal punto di vista fisico ma anche psichico, sociale, relazionale. Nella mia carriera ho visto pazienti con patologie gravi che ora stanno vivendo la loro vita, perché se una persona diventa capace di gestirla è anche in grado di sentire gli accenni di malessere. E molte di loro sono capaci di sentirsi. Non credo che ci siano persone incapaci di dire delle cose, a volte lo scambio è profondissimo. D’altronde, come psichiatra, penso di aver avuto un ritorno dalla relazione con ciascun paziente, se così non fosse non saprei dare senso al mio mestiere.

Rispetto alla malattia, esistono varie definizioni. La malattia esiste e il disturbo psichico è estremamente complicato perché agisce sul modo di pensare, sulla capacità di affrontare la vita, sulle relazioni più profonde, sull’amore, sui sentimenti. È una condizione dolorosa, ma questo dolore non più muto diventa uno strumento terapeutico per lavorare. Possiamo farcela solo partendo dal convincimento che noi facciamo la nostra parte e dovremmo farlo in maniera tale che anche gli altri possano essere attori partecipi di questo percorso. La cosa fondamentale è trovare tutte le risorse possibili e immaginabili nel territorio, che è terapeutico se supporta anche la diversità, la difficoltà, il disagio.