Il carcere come isolamento. «Un tempo che non restituisce alcuna garanzia alla cittadinanza»

Il carcere come isolamento. «Un tempo che non restituisce alcuna garanzia alla cittadinanza»

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«È probabile che il carcere sia uno strumento necessario come risposta sanzionatoria e io non ho gli strumenti per individuare un’alternativa valida. Allo stesso tempo non so che senso abbia essendo nient’altro che la privazione di un tempo sociale. Non so nemmeno se esista un gentile eufemismo per descrivere la nullità della pena quando questa si riduce a mera restrizione di corpi abbandonati a loro stessi. Se il carcere sia necessario non lo so, forse sì, ma il suo obiettivo lo manca di sicuro».

Il carcere, come pochi altri contesti sociali, soffre la mancanza di una narrazione autentica. Arriva al resto della popolazione nascosto dietro una patina sfocata, un brusio eterogeneo eppure ugualmente inascoltato. Il brusio è ovunque, anche in carcere. È nei corridoi, negli angoli spenti, nelle celle piene di sogni e amarezze. È il fermento delle vite che si passano vicine e si scambiano qualcosa. Ci incontriamo tutti dentro un qualsiasi brusio.

Per poter decifrare quello carcerario e renderlo voce abbiamo parlato con Federico (nome di fantasia), attualmente detenuto nel carcere di Perugia. Ci ha raccontato la sospensione del tempo, che non è tempo fine a se stesso, ma vita. Una vita circondata da mura che ne limitano e ne opprimono l’espressione. Ci siamo chiesti cosa significhi questo carcere, dove porti e se poi, a conti fatti, non sia soltanto una tra le più grandi ipocrisie sociali, di cui continuiamo a essere ora sostenitori e ora spettatori inermi.

Una società punitiva come la nostra non può non riconoscere il carcere come una delle sue istituzioni fondamentali, ma che senso ha questo carcere (prigione e isolamento) quando sei costretto a viverlo?

La mia risposta molto probabilmente è influenzata dalla condizione in cui ho vissuto negli ultimi otto anni, e che, mio malgrado, sto ancora vivendo. Considero il sistema penitenziario italiano totalmente fallimentare: ha perso di vista lo scopo ultimo della pena, il tanto osannato reinserimento sociale.

Una triste classifica redatta dal Dap (Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria) ha fatto emergere, fin dai primi anni del Duemila, tassi di recidiva raccapriccianti, che sfiorano il 70 per cento nei casi in cui i condannati abbiano finito di espiare per intero la loro condanna in carcere. In altre parole, su 100 persone che tornano libere 70 riprendono a delinquere. È un dato acquisito. Quando invece al recluso viene data la possibilità di scontare pene alternative al carcere e addirittura misure che includono anche un lavoro – purché all’esterno delle mura – i dati dicono che questo tasso crolla incredibilmente molto sotto il 10 per cento. Non ha senso dunque pensare “più carcere, più sicurezza”, ma al contrario “più pene alternative: meno reati. Meno reati, più sicurezza”.

Mi rendo conto che sia una realtà difficile da accettare per la vittima, che ha diritto a sentirsi risarcita dalla condanna del suo “carnefice”, ma il riscontro della pena va esteso alla collettività e non alla singola persona. L’esigenza di confrontarmi con questi dati l’avvertirei anche se non mi trovassi dalla parte sbagliata della barricata. In ogni caso, da cittadino l’avverto comunque perché aver commesso dei reati non mi rende immune dal subirli e sono consapevole del fatto che a una condanna non corrisponde altro se non un tempo sottratto alla persona, un tempo che davvero non restituisce alcuna garanzia alla cittadinanza. Un tempo che si riduce a essere vuoto a perdere.

Un tempo che si sviluppa in uno spazio di meno di tre metri quadrati a testa, da suddividere in tre, quattro o più persone, diverse per età, provenienza, carattere, bisogni. Spazi angusti fatti di letti a castello ben incardinati al suolo, di pareti umide spesso ricoperte dalla muffa, fredde d’inverno e roventi d’estate. È un tempo scandito da ritmi monotoni e ozio indotto, che non fanno bene né a chi lo subisce e men che meno alla società. A meno che questa non si senta appagata solo dalla punizione del detenuto e non dal suo miglioramento in quanto uomo.

È probabile che il carcere sia uno strumento necessario come risposta sanzionatoria e io non ho gli strumenti per individuare un’alternativa valida. Allo stesso tempo non so che senso abbia essendo nient’altro che la privazione di un tempo sociale. Non so nemmeno se esista un gentile eufemismo per descrivere la nullità della pena quando questa si riduce a mera restrizione di corpi abbandonati a loro stessi. Se il carcere sia necessario non lo so, forse sì, ma il suo obiettivo lo manca di sicuro.

E allora perché il carcere? Serve oppure non è necessario, tanto meno sufficiente?

Tempo fa ho letto un libro, nel quale l’autore immaginava un mondo in cui i colpevoli di reato venivano condannati a vestirsi di viola dalla testa ai piedi per un tempo quantificato in base al reato commesso. Ma rimanevano liberi. Liberi di muoversi in mezzo alla gente senza alcun vincolo, se non quello di tenere un abbigliamento che li rendesse appunto identificabili in mezzo agli altri. Nel mondo immaginato da questo scrittore, i reati commessi erano ben pochi perché il deterrente dell’identificazione a vista faceva desistere i “signori in viola” dal commettere nuovi reati.

La punizione non era allontanare dalla società i trasgressori rinchiudendoli, ma al contrario includendoli, rendendoli al tempo stesso identificabili tra la popolazione, in modo tale che in loro nascesse quel sentimento di sano pudore che molto spesso funziona da freno.

Il carcere come isolamento. «Un tempo che non restituisce alcuna garanzia alla cittadinanza» Fotografia di Francesco Formica

Il carcere che noi conosciamo è un covo ostico di “signori in viola”, dove non si ha il pudore di indossare quelle vesti perché tutti le “indossano dello stesso colore”. Io sono sicuramente meno fantasioso dell’autore di questo libro e francamente un mondo senza carcere non riesco proprio a immaginarlo. La questione di fondo non è se debba o no esistere il carcere, ma il suo scopo che continua a essere così poco virtuoso.

In carcere si finisce per un’infinita di motivi, maggiormente per reati legati ai cosiddetti soldi facili e la stragrande maggioranza di chi commette questi reati, nel corso della sua vita, non ha mai lavorato e non ha la più pallida idea di come si possa guadagnare senza vendere droga, fare una rapina o cose simili. Banalmente, insegnargli un mestiere, proprio durante la sua detenzione, non solo tramuterebbe quel tempo vacuo in qualcosa di costruttivo, ma permetterebbe a quella persona, una volta libera, di perseguire la strada lavorativa imboccata nel corso della sua detenzione e a quel punto ci sarebbe un criminale in meno sulle strade.

Stesso discorso vale per i reati legati alle parafilie. Se non si interviene con personale qualificato, di cui in carcere non vi è traccia, come si può pensare che una persona in carcere per pedofilia o stupro non torni a farlo? A cosa sarà servito metterlo in carcere se la persona è rimasta la stessa? È stato necessario? Senza dubbio. Utile? No.

Bisogna cambiare il modo di concepire la pena, non rimuovere il carcere. Ma la classe politica asseconda l’onda emotiva della platea elettorale e in politica servono i voti, non le galere riabilitanti. La pena avrebbe davvero senso se basata su interventi mirati, come l’incentivo alla scolarizzazione, il rapporto tra il recluso e il mondo esterno, la sua famiglia, perché non è privandolo degli affetti che si può migliorare il suo modo di approcciare alla vita. Questa sarebbe la pena che vorrei. Quella attuale la accetto gioco forza, ma la ritengo solo come un qualcosa che mi separa dalla libertà, non un vero strumento di riscatto.

C’è un modo per ricompensare un danno o una ferita senza punire?

Ci sono reati meno gravi di altri, per cui finire in carcere, magari anche solo per alcuni mesi, non ha davvero senso, considerato soprattutto quel che ne potrebbe conseguire. Basti immaginare, considerati i tempi biblici della giustizia italiana, che questo tipo di reati, a volte, vengono commessi oltre un decennio prima che la condanna diventi esecutiva. Nel momento in cui la persona è chiamata a scontare il proprio debito con la giustizia, non solo probabilmente sarà cambiata dal punto di vista umano e comportamentale, ma nel frattempo magari avrà intrapreso percorsi lavorativi che dovrà abbandonare o si sarà creata una famiglia e dovrà lasciare magari dei figli per passare sei, sette mesi, un anno o più a instupidirsi con gli occhi puntati sul nulla della televisione.

Pare che sia stata votata alle Camere una legge delega sulla «giustizia riparativa», rispetto alla quale il ministro della Giustizia, attraverso dei decreti che dovrebbero essere emanati a breve, si pone l’obiettivo di offrire la possibilità alla persona detenuta di rimediare al danno fatto attraverso azioni concrete di pubblica utilità che in qualche modo compensino il maltolto alla collettività.

Nei casi di reati più gravi, il discorso diventa più complesso. Se è impossibile sanare la ferita della vittima, quanto meno si può rimediare al danno fatto alla società. Penso a tutto il lavoro preventivo che si potrebbe fare per esempio nei confronti di chi ha un vissuto criminale e che si è veramente ravveduto. Il carcere di Padova, ad esempio, ha intrapreso un’iniziativa degna di nota, grazie alla quale queste persone incontrano gli adolescenti nelle scuole. Eppure questi sono progetti davvero circoscritti, sebbene dovrebbero essere invece la regola nelle carceri. E poi si dovrebbe intervenire in questo senso anche rispetto agli istituti minorili e ovunque ci siano ragazzi che hanno bisogno di essere fermati in tempo.

Ognuno di noi rintraccia nel proprio percorso di vita momenti di cesura, che risignificano tutto. Il carcere è certamente uno di questi momenti, ti sei mai pensato nell’eventualità di un non carcere? Chi saresti senza? Non per forza nella formula del rimpianto ma anche dell’alternativa rispetto a uno stato di fatto.

Il carcere ti trascina a viva forza nel periodo di cesura che non ti augureresti mai. È il luogo di cesura per definizione. Basta semplicemente guardare la collocazione geografica degli istituti più moderni, si capisce subito che l’intento è la separazione. Quel muro che si alza al limite della città, quelle bobine di ferro spinato tutto intorno al suo perimetro.

Non si tratta soltanto di suggestione, raccontano ciò in cui si riduce veramente la pena: la separazione dalla vita sociale. Quel muro che separa il gregge dei cattivi da quello dei buoni raggiunge perfettamente il suo obiettivo e la separazione avviene, eccome se avviene. Avviene tra i buoni e i cattivi ma anche tra i cattivi e i suoi familiari, che non si capisce se siano cattivi pure loro magari per genetica, ma nel dubbio meglio allontanare il detenuto da loro. E il più lontano possibile.

E allora succede che per prassi ti fanno scontare la condanna in un carcere posto a qualche migliaio di chilometri lontano dal tuo luogo di residenza e questo rende estenuante ogni viaggio affrontato dai familiari. Ti concedono due telefonate al mese della durata di dieci minuti ciascuna e ti concedono di incontrare i tuoi figli, la tua compagna, i tuoi fratelli, i tuoi anziani genitori soltanto per quattro ore al mese. Il tutto sotto l’occhio vigile del controllore, l’agente di polizia penitenziaria. E le quattro ore mensili dei colloqui avvengono ammassati in appositi stanzoni, gomito a gomito con i familiari di altri detenuti, sotto stretta sorveglianza umana ed elettronica. Soltanto dopo accuratissime ispezioni corporali subìte sia dalla persona reclusa che dai suoi visitatori ci si può concedere qualche timido abbraccio. È facile dedurre che la cesura netta arrivi, prima o poi.

È una cesura normata da apposite leggi che con il tempo finiscono per compromettere i rapporti umani, estenuati dalle rigide regole del carcere. Rapporti che ne risentiranno a tal punto da far diminuire, con il passare degli anni, il bisogno di chi ti sta vicino dal continuare a farlo e di rimando farai lo stesso pure tu, considerandoti un peso per la tua stessa famiglia, un peso che non vorresti mai essere.

Il carcere come isolamento. «Un tempo che non restituisce alcuna garanzia alla cittadinanza» Fotografia di Francesco Formica

Tra carcerati si discute spesso di cosa si farà una volta fuori. Pure Mario (nome di fantasia) mi parlava del suo futuro dopo vent’anni filati di carcere. Non stava bene quando l’ho conosciuto: soffriva di patologie psichiche che in passato gli avevano concesso di lasciare il carcere per qualche anno. Periodo in cui aveva trovato una compagna e con lei ha avuto una figlia, che da poco aveva imparato a pronunciare la parola “papà”, quando Mario è stato rispedito in carcere per qualche motivo e mandato nella mia stessa sezione. Lo spronavo a raccontarmi di lui e della sua bambina. Gli brillavano gli occhi quando parlava di quella figlia arrivata proprio quando la sua vita sembrava inghiottita dalla spirale buia del malessere mentale. Proprio a ridosso di quest’ultimo Natale è stato nuovamente trasferito, di punto in bianco, ma nessuno se ne è scandalizzato perché la regola è questa: un detenuto è considerato alla stregua di un pacco postale e basta un nulla che venga spedito chissà dove. Esattamente a distanza di un anno da quando ci eravamo conosciuti e da quando aveva iniziato a parlarmi di quella figlia che gli faceva venire sempre gli occhi lucidi solo a pensarla. Lo scorso 8 dicembre, Mario, abbandonato a se stesso insieme al suo carico ingombrante di disagio, in una cella di un carcere marchigiano, ha legato con cura un lenzuolo alle sbarre e ci ha ficcato dentro la testa, lasciandosi penzolare per il collo.

Ho pensato a quando mi parlava dell’asilo bilingue in cui avrebbe mandato la figlia tra qualche anno e mi rendo conto che i progetti dei carcerati sono dei banali sogni che cozzano quel disincanto della realtà. Mario forse sarà stato intimorito dalla realtà cruda, o dalla cesura di cui parlavi tu, dalla consapevolezza che dopo un lungo periodo in carcere tutto ciò che avevi è andato perso e che continuerai a trovare sempre altre mura durante il tuo cammino e altro ferro spinato che ti renderà il passaggio difficile.

Pochi detenuti possono concedersi davvero il lusso di pensare al loro futuro e io non faccio eccezione. So cosa ero prima di venire in carcere, un ragazzo poco più che trentenne, sposato e padre di due figli che ho lasciato otto anni fa, insieme a un terzo figlio in arrivo che non ho mai visto piangere, dormire, sporcarsi mentre mangia la sua pappa. Non so nemmeno cosa sarebbe stato di me se la mia vita non mi avesse portato dietro questo muro alto che ancora osservo da dentro, dal lato dei cattivi, ma mi piace immaginare che avrei continuato a essere sereno insieme alle persone che amo e che amavo. I rimpianti arrivano per forza.

Il carcere cambia sicuramente le persone, ma non sono sicuro che le migliori. Nei primi anni ‘70 all’Università di Stanford condussero un esperimento, diretto da un gruppo di ricercatori guidati dal professor Zimbardo. Lo scopo dell’esperimento era quello di studiare i comportamenti sociali di alcuni gruppi o categorie di persone, per osservarne i cambiamenti comportamentali ed eventualmente le derive violente, quando questi si percepivano come categoria. Vennero selezionati alcuni tra gli studenti universitari disposti a partecipare all’esperimento e l’unico criterio della selezione richiedeva di essere soggetti dall’indole spiccatamente moderata. Riprodussero fedelmente un carcere all’interno di un padiglione dell’università e in modo del tutto casuale si stabilì chi tra i ventiquattro selezionati avrebbe dovuto essere la guardia e chi il recluso. Già dai primi giorni si manifestarono episodi di violenza tra le finte guardie e i finti reclusi – con questi ultimi che inveivano contro i loro carcerieri, i quali a loro volta rispondevano con umiliazioni e crudeltà – da far sospendere prematuramente l’esperimento, ormai degenerato e fuori controllo, perché i partecipanti si erano calati troppo bene nella loro parte. Essere recluso tra i reclusi ti pone in uno stato di fatto così come essere guardia tra le guardie. In carcere questo si sapeva molto prima dell’esperimento di Zimbardo.

Mi ritengo fortunato a non essere stato completamente schiacciato nella categoria in cui sono stato confinato, ma non posso nemmeno estraniarmi del tutto dalla condizione che vivo. Ho sempre cercato di trarre il meglio dalle esperienze in cui mi sono imbattuto nella vita e ho vissuto anche la reclusione come un inciampo dal quale ci si deve necessariamente rialzare, sicuramente con qualche ginocchio sbucciato, ma con la voglia di proseguire il cammino prendendo il punto dagli errori fatti dal passato. Eppure quello che sono io alla luce della mia esperienza detentiva è meno importante di quello che saranno i più una volta che uscirò da qui.

È vero che la società spegne l’incanto, spesso anche i buoni propositi, ma è anche vero che lo stesso disincanto è fuorviante, perché limita lo sguardo sulle cose e sulle persone. È da illusi credere che in fondo, una volta uscita dal carcere, una persona possa trovare un equilibrio tra i due “mondi” e non appiattirsi sul disincanto più totale, dandosi un’opportunità autentica?

Il detenuto è un sognatore e si alimenta d’incanti. Chiusi in una cella, per oltre venti ore tirate al giorno, se smetti di sognare diventi un vegetale, ma il mondo che conosci e che immagini è fermo all’anno in cui è avvenuto l’arresto. Se non sei condannato all’ergastolo e puoi permetterti il lusso di pensare al tuo futuro da libero, chiami in soccorso l’immaginazione e magari progetti sulla base di una realtà che nel frattempo è stata totalmente stravolta rispetto a quella che conoscevi.

Quando finalmente potrai confrontarti con la realtà attuale, va da sé che le idee concepite guardando il soffitto della tua brandina a castello debbano necessariamente essere riviste. Ciò di cui ogni ex detenuto ha veramente bisogno è la possibilità di potersi mostrarsi senza incorrere in una definizione, senza essere ricondotto a uno stereotipo, a una categoria. Non si tratta tanto di sfuggire dagli sguardi giudicanti delle persone – perché a quello ci si abitua – ma all’obbligo di confrontarsi con leggi escludenti, limitanti e proibitive.

Riportare una condanna non implica solo l’espiazione della carcerazione, ma prevede una stigmatizzazione perenne e si traduce in estromissione di possibilità concrete. Nessun condannato, ad esempio, può avere un impiego pubblico o avviare un’attività commerciale, spesso viene tolta anche la patente e il passaporto, così come il diritto di voto. L’esclusione non fa altro che creare ancora devianza e disadattamento.

Le storie come quella di Mario a cui accennavi prima cosa lasciano attaccato addosso?

Esattamente all’alba del giorno in cui è iniziata la mia detenzione, dalla cella di isolamento dove ero stato rinchiuso, ho sentito movimenti troppo concitati. Sbirciando dallo spioncino ho intravisto nella cella di fronte alla mia un paio di agenti e un infermiere che accompagnavano in infermeria un ragazzino esile, totalmente nudo, forse poco più che maggiorenne, dal cui corpo grondava una quantità spaventosa di sangue. Quel ragazzino, anche lui isolato come me, aveva passato tutta la notte a procurarsi dei tagli su tutto il corpo, non risparmiando nessun pezzo di sé.

A sconcertarmi, oltre alla scena terrificante a cui stavo assistendo, era la “spensieratezza” con cui guardie e infermieri si stavano interessando al caso. Provavo rabbia perché percepivo un menefreghismo assolutamente ingiustificato, stavano facendo il loro dovere, è vero, ma senza troppo angoscia rispetto alla gravità dell’accaduto.

Con il passare del tempo e con il ripetersi di esperienze simili, ho capito: la frequenza altissima di circostanze analoghe nelle carceri purtroppo rende cinici. È bruttissimo dirlo, ma ci si abitua. Succede anche tra i detenuti stessi: a un certo punto smetti di scandalizzarti. L’autolesionismo è una routine nelle carceri, a cui difficilmente si riesce a dare una spiegazione, non sai nemmeno di chi sia la colpa. Anche i tassi di suicidi sono ben oltre la media dei cittadini liberi e spesso avvengono fin dai primi giorni della detenzione perché l’impatto con il carcere è devastante, per chiunque.

Esperienze come queste sicuramente ti graffiano l’anima, ma con il passare del tempo si rimane sempre meno scossi. La storia di Mario per me è diversa: con lui ho mangiato ogni giorno per mesi interi. Mi sono interessato a lui, ai suoi problemi, l’ho confortato e sostenuto ogni volta che ho potuto. Non avrei mai pensato che potesse fare un gesto simile, soprattutto dopo oltre vent’anni di carcere e proprio quando mancava poco alla fine della pena. La sua perdita per me ha assunto un valore diverso perché ero molto affezionato a lui, è un dolore che mi porterò dentro, è stato come perdere un parente più vulnerabile.

Quello che mi fa ancora più rabbia è aver saputo che avesse praticamente annunciato il suo gesto al giudice, al direttore del carcere e persino al suo legale e che, ad eccezione di quest’ultimo, nessuno gli aveva creduto o quanto meno nulla è stato fatto per scongiurare il suo suicidio. Il suo è stato un grido di aiuto totalmente inascoltato e dalle istituzioni ci si aspetta altro.

È sorprendente che la gran parte della società si ostini a non capire che dietro ogni suicidio in carcere, dietro a ogni atto autolesionistico e quasi sempre anche dietro a ogni reiterazione del reato, c’è la responsabilità di un sistema giudiziario non degno di una società civile come la nostra.